Torna in scena al Teatro del Maggio uno dei più amati dittici del melodramma italiano con Pagliacci / Cavalleria rusticana di Ruggero Leoncavallo / Pietro Mascagni

Dal 22 febbraio al 3 marzo 2026 è in programma “Pagliacci – Cavalleria rusticana”, i capolavori di Ruggero Leoncavallo e Pietro Mascagni. Sul podio della Sala Grande, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio e del Coro di voci bianche dell’Accademia il maestro Riccardo Frizza. 

La regia è di Robert Carsen.

Allestimento della Dutch National Opera di Amsterdam
La recita del 3 marzo sarà trasmessa in diretta su Rai Radio 3

Al Teatro del Maggio torna in scena uno dei più celebri e amati dittici operistici di sempre: “Pagliacci” e “Cavalleria rusticana” di Ruggero Leoncavallo e Pietro Mascagni. Sul podio dell’Orchestra, del Coro del Maggio e del Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio il maestro Riccardo Frizza che dirige i due capolavori del verismo italiano. Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini.
La maestra del Coro di voci bianche è Sara Matteucci.

“È sempre un grande piacere tornare qui al Maggio e farlo con altri due capolavori come Pagliacci Cavalleria” ha detto il maestro Frizza, che torna sul podio del Maggio dopo il grandissimo successo dello spettacolo Delirio insieme a Jessica Pratt del settembre 2024 e dopo la messinscena di un’altra perla verista, ossia L’amico Fritz di Pietro Mascagni andata in scena nel marzo del 2022. “È inoltre un privilegio inoltre affrontare questi spettacoli insieme a Carsen, di cui apprezzo molto le idee e la sua concezione ‘meta-teatrale’ dello spettacolo. Sono altrettanto felice di dirigere per la prima volta nel corso della mia carriera Pagliacci e, per quello che riguarda la mia visione delle due opere, cercherò di interpretarle rispettando in modo preciso la partitura e andando incontro per quanto possibile alle esigenze dei cantanti. Pagliacci Cavalleria sono due titoli di assoluta rilevanza anche nella storia del Maggio; ricordo ad esempio le edizioni dirette da Bruno Bartoletti, uno dei più grandi interpreti di questo repertorio, ed per me è quindi molto importante potermi ‘confrontare’ con i grandi nomi del passato che hanno diretto questi titoli qui a Firenze”.

La regia del dittico è firmata da Robert Carsen che con Peter van Praet cura anche le luci. Carsen tra i più apprezzati registi d’opera contemporanei, propone a Firenze uno dei suoi allestimenti più acclamati, andato in scena alla Dutch National Opera di Amsterdam nel settembre 2019. Nella sua visione dello spettacolo, Carsen – di ritorno al Maggio dopo aver curato la regia de Il ritorno di Ulisse in patria nel giugno del 2022 che si aggiudicò il prestigioso Premio Abbiati come miglior spettacolo dell’anno – si discosta da una semplice ricostruzione puramente storica delle opere: la sua visione si concentra sul concetto del “teatro nel teatro”, mettendo in relazione in modo radicale e suggestivo la finzione scenica e la dimensione reale dello spettacolo. In questa lettura i confini tra personaggi, interpreti e pubblico si assottigliano, creando un’esperienza meta-teatrale che solleva domande profonde sul rapporto tra arte, vita e identità scenica. 

Carsen si confronta con le due opere anche attraverso con un linguaggio dal forte impatto visivo: invece che ancorare le vicende dei personaggi in un’ambientazione di riferimento geografico o cronologico, il suo progetto drammaturgico è un’indagine scenica sul teatro stesso, sulla relazione tra attore e ruolo, e sul confine labile tra finzione e realtà. In questo allestimento il teatro diventa spazio di riflessione sul destino umano, in cui la performance e la vita si intrecciano fino a confondersi e dove viene evidenziata la tensione drammatica contenuta nelle partiture.  Parlando della sua messinscena, Carsen ne ha rimarcato gli aspetti principali e i motivi che lo hanno portato a immaginare uno spettacolo così particolare e suggestivo: “Da ragazzo i miei genitori mi portarono a teatro per assistere a uno spettacolo di Luigi Pirandello, Così è (se vi pare). La sorprendente rivelazione finale dell’opera fu per me una vera e propria epifania, un’esperienza destinata a segnarmi per tutta la vita. Rimasi affascinato dalla capacità di Pirandello di giocare con i diversi livelli della realtà e con le aspettative del pubblico. Quell’incontro precoce influenzò profondamente il mio lavoro di regista, in particolare il concetto della “quarta parete”, capace al tempo stesso di separare e di mettere in relazione platea e palcoscenico. Nel riflettere sulla regia di queste due opere – entrambe rivoluzionarie per il loro tempo – mi è apparso chiaro che invertendo l’ordine tradizionale di esecuzione, la sfida insita nel Prologo dei Pagliacci potesse estendersi non solo a quest’opera, ma anche a Cavalleria rusticana. Questa nuova disposizione consente di rileggere i due lavori non soltanto attraverso la lente del realismo, ma anche del meta-realismo e persino del sovra realismo”.

In entrambi gli spettacoli le scene sono curate da Radu Boruzescu, le luci, oltre che da Carsen, da Peter Van Praet, i costumi sono di Annemarie Woods e la coreografia di Marco Berriel.

In Pagliacci la compagnia di canto è composta da Corinne Winters, al suo debutto sulle scene del Maggio e nel personaggio, come Nedda; Brian Jagde, anche lui al suo debutto al Teatro del Maggio, veste i panni di Canio, il capocomico della compagnia consumato dalla gelosia per Nedda. Accanto a loro Roman Burdenko – che torna al Maggio dopo le recite del Don Carlo verdiano del dicembre 2022 – è Tonio; Lorenzo Martelli Hae Kang, entrambi formati all’Accademia del Maggio, sono rispettivamente Peppe e Silvio.

Nel mondo di Cavalleria rusticana Luciano Ganci, che tornerà nel prossimo autunno al Maggio nel Simon Boccanegra, interpreta Turiddu e Martina Belli, che al Maggio già aveva preso parte a una produzione di Cavalleria (come Lola) nel corso della stagione autunnale del 2014 debutta nella parte di Santuzza. Lucia è interpretata da Manuela Custer, che nel corso delle stagioni del Maggio ha esordito nel marzo del 2007 in occasione di un concerto diretto da Jesús López-Cobos. Roman Burdenko torna in scena anche in Cavalleria nella parte di Alfio e Janetka Hoşco chiude il cast lirico nella parte di Lola.

Durante le stagioni del Maggio, Pagliacci è andato in scena per cinque volte, di cui l’ultima nel settembre del 2019 in dittico con l’opera contemporanea “Noi, due, quattro” di Riccardo Panfili; Cavalleria rusticana è stata proposta invece in undici occasioni: l’ultima messinscena è stata nel febbraio del 2019 in dittico con “Un mari à la porte” di Jacques Offenbach. La coppia dei capolavori veristi “Cavalleria”e “Pagliacci” è stata proposta con questa formula accoppiata  solo in due precedenti occasioni al Maggio e vale a dire nel 1971 con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Mauro Bolognini e nel 2000 con la direzione di Bruno Bartoletti e la regia di Liliana Cavani. 

Le opere:

Pagliacci

Pagliacci, opera in due atti con prologo, di Ruggero Leoncavallo, si colloca sulla fortunata scia di Cavalleria rusticana, che aveva aperto la strada al filone del teatro verista. Il libretto, approntato dallo stesso autore, è tratto da un argomento di cronaca nera, un delitto passionale realmente accaduto a Montalto Uffugo, il paese della Calabria dove viveva il compositore da giovane. Rappresentata al Teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892, con la direzione di Arturo Toscanini, l’opera raggiunse fama internazionale in brevissimo tempo. L’ambientazione popolare, dove i sentimenti violenti sono restituiti da una vocalità convulsa, fa da sfondo al dramma della gelosia di Canio, capocomico di una compagnia itinerante. Grazie al sottile espediente narrativo del teatro nel teatro, della vita reale che si consuma nella commedia recitata sulle scene, Leoncavallo potenzia la carica drammatica del soggetto. Il demone della gelosia che divora il protagonista, uomo infelice nella realtà e nella finzione, non può che condurlo alla catastrofe finale, con l’efferato omicidio della moglie adultera Nedda e del suo sfortunato amante.

Cavalleria rusticana

Al concorso indetto dall’editore Sonzogno nel 1888, per un’opera in un atto unico, si classifica al primo posto Cavalleria rusticana, lavoro di Pietro Mascagni, allora compositore ventenne di belle speranze. Fin dal suo debutto, al Teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890, l’opera di Mascagni si guadagna un meritato e strepitoso successo, complici un soggetto di grande attualità, l’omonima novella di Giovanni Verga ridotta a libretto da Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti, e una musica che, dalle arie dei protagonisti ai duetti, dal Preludio fino al celebre Intermezzo, è pervasa da una passionalità senza pari. Cavalleria rusticana è una storia di amori tormentati, passioni brucianti, gelosie e vendette che si conclude nel sangue nel giorno di Pasqua. Nel momento in cui la cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, per i protagonisti dell’opera non c’è posto per la redenzione o il perdono. Solo la giustizia sommaria, in punta di coltello, avrà il potere di vendicare l’onore perduto e l’onta del tradimento.

Le locandine:

PAGLIACCI

Ruggero Leoncavallo

Dramma lirico in due atti

Editore proprietario: Casa Musicale

Sonzogno di Piero Ostali, Milano

CAVALLERIA RUSTICANA

Pietro Mascagni

Melodramma in un atto di 

Giovanni Targioni-Tozzetti Guido Menasci

Dal dramma omonimo di Giovanni Verga

Maestro concertatore e direttore Riccardo Frizza 

Regia Robert Carsen

Luci Robert Carsen e Peter Van Praet

Scene Radu Boruzescu 

Costumi Annemarie Woods 

Coreografia Marco Berriel

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Maestra del Coro di voci bianche dell’Accademia Sara Matteucci

Allestimento della Dutch National Opera di Amsterdam

Pagliacci

Nedda (nella commedia Colombina) Corinne Winters

Canio (nella commedia Pagliaccio) Brian Jagde

Tonio (nella commedia Taddeo) Roman Burdenko

Peppe (nella commedia Arlecchino) Lorenzo Martelli

Silvio Hae Kang

Figuranti speciali Chiara AlbanoDavide ArenaAndrea Baldassarri, Chiara CasiraghiFloria Laetitia Cecchi Aglietti, Caterina CescottiMaria Diletta Della Martira, Davide GiabbaniGiulia GileraGiampaolo Gobbi, Giulia LapiniFederico MacchiLuca Nava, Luca OldaniMarlon Zighi OrbiAndrèyna Carias OrdazFabrizio TiberiSimone Ticci, Alessandro TommasiFederico Vazzola

Cavalleria Rusticana

Santuzza Martina Belli

Lola Janetka Hoşco

Turiddu Luciano Ganci

Compare Alfio Roman Burdenko

Mamma Lucia Manuela Custer

Una donna Giulia Tamarri

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Per il ciclo d’incontri “Parlando di opera” in occasione di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo e Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni venerdì 20 febbraio alle ore 16.30, nel Foyer della Sala Grande, “Pagliacci e Cavalleria: tra vita e letteratura” a cura di Matteo Giuggioli. Si esibiranno il soprano Olena Khalina, il tenore Luca Bazzini e il baritono Ouyang Zhiming.

Violino Ladislao Petru Horvath Pianoforte Elisabetta Sepe

Musiche di Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo

Gli spettacoli sono preceduti dalle guide all’ascolto tenute il 22 e 25 febbraio da Marco Cosci e il 28 febbraio e 3 marzo da Maddalena Bonechi

Prezzi:

Solo ascolto: 10€ – Visibilità limitata: 15€

Galleria: 35€

Palchi: 45€

Platea 4: 65€ – Platea 3: 75€  – Platea 2: 90€

Platea 1 (Repliche): 110€

Platea 1 (Prima recita): 130€ 

Durata:

Pagliacci: 1 ora e 20 minuti | Intervallo: 30 minuti | Cavalleria rusticana: 1 ora e 20 minuti 

Durata complessiva: 3 ore e 10 minuti circa

La traviata di Verdi torna in scena al Teatro La Fenice

Pietra miliare del repertorio feniceo, torna in scena La traviata di Giuseppe Verdi. Il capolavoro del maestro di Busseto sarà proposto ancora una volta nello storico allestimento – divenuto ormai un simbolo del Teatro veneziano – che inaugurò la Fenice ricostruita dopo l’incendio. La messinscena, firmata dal regista canadese Robert Carsen, ripresa da Christophe Gayral con le scene e i costumi di Patrick Kinmonth, a distanza di oltre vent’anni dal suo debutto è diventato un pezzo imprescindibile della programmazione della Fenice.

Il direttore Stefano Ranzani sarà responsabile della parte musicale, alla guida di un cast composto per i ruoli principali dal soprano Rosa Feola, dal tenore Stefan Pop e dal baritono Roberto Frontali. Cinque le recite in programma al Teatro La Fenice, nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2025-2026 e nel contesto del Carnevale di Venezia: l’8, 11, 13, 15, 17 febbraio 2026.

Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, La traviata è dei titoli più rappresentati nei teatri di tutto il mondo ma è anche un’opera legata a doppio filo al Teatro veneziano non solo perché andò in scena per la prima volta proprio qui, il 6 marzo 1853, ma anche perché fu questo titolo a inaugurare, nel novembre 2004, la prima stagione lirica della Fenice ricostruita. «La traviata debuttò il 6 marzo 1853 al Teatro La Fenice di Venezia – spiega Christophe Gayral – e come un’araba fenice, ancora oggi viene eseguita regolarmente. Questa è la ragione per cui, in questi momenti così speciali, si propone una nuova Traviata, in una versione scenica necessariamente e inevitabilmente più semplice, ma ancora con la capacità di affermare, con la sua solita, dirompente forza, il tema del desiderio di vivere. Protagonista dell’opera è Violetta, una donna giovane, malata ma ancora molto attraente, che è incarnazione della resistenza, dell’indipendenza dagli uomini. Il suo carisma naturale e la sua intelligenza fanno di lei una donna di potere, che tutti gli uomini desiderano possedere, una figura di emancipazione che nessuno è in grado di fermare. Per lei, la vita è una battaglia quotidiana, una battaglia contro la malattia, che combatterà con la voglia di vivere fino al suo ultimo momento».

          Il cast di questa nuova edizione della Traviata di Giuseppe Verdi vedrà in scena, per le parti principali, il soprano Rosa Feola nel ruolo di Violetta Valéry, il tenore Stefan Pop nel ruolo di Alfredo e il baritono Roberto Frontali in quello di Giorgio Germont. La compagnia di canto comprende inoltre Carlotta Vichi (Flora Bervoix), Barbara Massaro (Annina), Paolo Antognetti (Gastone), Armando Gabba (barone Douphol), Mattia Denti (dottor Grenvil) e William Corrò (marchese d’Obigny). Gli artisti del Coro del Teatro La Fenice interpreteranno i ruoli comprimari: Cosimo D’Adamo ed Eugenio Masino si alterneranno nelle vesti di Giuseppe; Umberto Imbrenda sarà il domestico di Flora; Carlo Agostini il commissionario. Maestro del Coro Alfonso Caiani.

Ecco il dettaglio delle recite, con gli orari: domenica 8 febbraio 2026 ore 19.00; mercoledì 11 febbraio ore 19.00; venerdì 13 febbraio ore 19.00; domenica 15 febbraio ore 17.00; martedì 17 febbraio ore 19.00.

Per informazioni www.teatrolafenice.it

IL TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO ANNUNCIA LA STAGIONE 2026E L’88ESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL

Sei le tipologie di abbonamento offerte al pubblico; i rinnovi possono essere effettuati
a partire dal 7 luglio.

I nuovi abbonamenti sono in vendita a partire dal 15 luglio. I biglietti per i singoli spettacoli sono in vendita a partire dall’8 settembre.

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino annuncia la prossima stagione 2026 e l’88esima edizione del Festival Maggio Musicale: dodici titoli d’opera – in un arco temporale dal barocco al contemporaneo, con una nuova commissione –  2 cicli sinfonici diretti dal Direttore musicale Daniele Gatti, numerosi concerti sinfonici e sinfonico-corali con le numerose presenze di Zubin Mehta che nel 2026 festeggerà i suoi 90 anni, due balletti e gli spettacoli per le famiglie e le scuole.

ToscaPagliacci in dittico con Cavalleria RusticanaIl castello di Barbablù in dittico con
La voix humaineThe Death of Klinghoffer – titolo inaugurale del Festival –
Un ballo in mascheraGiulio CesareWozzeckRomanzo criminaleSimon Boccanegra
Les contes dHoffmann sono i titoli d’opera che compongono la stagione lirica e il Festival.

“Dodici titoli, dodici mondi. La nuova stagione d’opera del Maggio Musicale Fiorentino – dice il sovrintendente Carlo Fuortes – è un viaggio nel tempo, nella società e nell’anima umana. Un intreccio forte di storie che parlano di tutti noi: amori impossibili, solitudini, violenze, rivolte, sogni infranti e desideri che resistono. L’opera, qui, non è solo patrimonio da custodire: è materia viva, che brucia ed emoziona.

Un ballo in mascheraSimon BoccanegraToscaI racconti di Hoffmann: titoli amati, carichi di tradizione e bellezza ma anche di inquietudini che parlano del presente. Il doppio binomio verista Pagliacci/Cavalleria Rusticana riporta in scena un teatro crudo, passionale, dove ogni gesto è vita o morte. E poi Giulio Cesare di Händel: il barocco come specchio del potere, della seduzione e dell’ambiguità. Ma è nella frattura, e forse nell’azzardo – continua Fuortes – che il cartellone del 2026 trova la sua voce più forte. Con The Death of Klinghoffer di John Adams, titolo di forte impatto politico e civile, l’opera si apre al mondo e alle sue ferite ancora aperte. Wozzeck di Berg scava nella follia, nel disagio, nel linguaggio frammentato del nostro tempo. La voce umana di Poulenc e Il castello di Barbablù di Bartok raccontano, ciascuno a modo suo, il dolore muto e la distanza tra le persone. Il presente entra in scena con forza grazie a Romanzo criminale, nuova commissione del Maggio e di Musica per Roma, dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo, che cura il libretto e con la musica di Nicola Piovani. Una storia italiana, cruda e affascinante, che diventa teatro musicale per la prima volta: un ponte tra il linguaggio del cinema, del noir e la forza evocativa della musica dal vivo.”

I direttori impegnati sul podio in questo “viaggio tra mito e realtà” sono 
Michele GambaRiccardo FrizzaMartin RajnaLawrence Renes
Emmanuel TjeknavorianGianluca CapuanoThomas GuggeisNicola Piovani
James Conlon Kent Nagano. Nomi, alcuni, di nuove affermazioni della direzione d’orchestra, giovani talenti che già oggi segnano comunque il futuro della musica, accanto a direttori acclamati e più acclarati del podio internazionale, capaci di rinnovare la grande tradizione operistica con autorevolezza e sensibilità. A rendere questa stagione un grande affresco scenico contribuisce un parterre di registi tra i più interessanti e visionari del panorama internazionale: Robert CarsenClaus GuthDeborah WarnerValentina Carrasco
Àlex Ollé (La Fura dels Baus), Davide LivermoreMassimo Popolizio e Laurent Pelly
La regia della nuova produzione di The Death of Klinghoffer sarà a cura di Luca Guadagnino. “Le loro letture porteranno in scena mondi estetici diversi ma certamente di grande interesse ed emozione, tra classicità reinventata, radicalità visiva, precisione psicologica e impatto cinematografico” commenta il sovrintendente.

Il versante sinfonico e sinfonico corale mette in cartellone il ciclo dedicato alle nove sinfonie di Ludwig van Beethoven e il ciclo dedicato a Felix Mendelssohn che sono affidati a Daniele Gatti, Direttore musicale del Maggio, ruolo che assumerà ufficialmente a partire dal Festival. “Gatti offrirà al pubblico – continua Fuortes – due percorsi sinfonici di grande respiro: l’integrale delle Sinfonie di Beethoven, vera colonna vertebrale della musica occidentale, e un ciclo dedicato a Felix Mendelssohn, con tutte le sinfonie e l’oratorio Elias, restituendo la pienezza spirituale e intellettuale di un autore ancora poco esplorato nei teatri d’opera italiani; e qui mi fa particolare piacere di ricordare oltre alla nostra smagliante Orchestra uno dei protagonisti di questi cicli, presente in tre concerti, in quasi tutte le opere, e in molti dei concerti della stagione: il mirabile Coro del Maggio, diretto da Lorenzo Fratini”.

Nel corso della stagione concertistica, molto ricca, con decine di appuntamenti sono previsti i più grandi direttori d’orchestra della scena internazionale a partire da Zubin Mehta, direttore onorario a vita del Maggio, che proporrà ben cinque programmi musicali tra cui un concerto particolarmente simbolico che il maestro dirigerà il 29 aprile, proprio nel giorno del suo 90esimo compleanno che ha deciso di festeggiare al Maggio e a Firenze.  Sul podio del nostro teatro saliranno Myung-Whun ChungPhilippe Jordan (con Beatrice Rana al pianoforte), Gianandrea NosedaTeodor Currentzis alla guida della musicAeterna Orchestra, Michele Mariotti (con Andrea Lucchesini al pianoforte), Daniele Rustioni
Diego Ceretta (con Benedetto Lupo al pianoforte e l’Orchestra della Toscana), 
Thomas Guggeis, Tomàs Netopil, Dmitry Sinkovski, Aziz Shokhakimov (con 
Alexandra Dovgan al pianoforte), Christophe Rousset. Inoltre i recital di canto di 
Jessica Pratt (sul podio Christopher Franklin), Asmik Grigorian (al pianoforte 
Lukas Geniušas),  Francesco Meli e Luca Salsi (al pianoforte Nelson Calzi); due concerti con la voce di Drusilla Foer (sul podio per il primo Salvatore Percacciolo e Timothy Brock nel secondo), e il concerto di Natale del 6 dicembre con il Coro di Voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino diretto da Sara Matteucci.



Due gli spettacoli di balletto: Zakharova &Repin in Pas de deux for toes and fingers e il ritorno, sempre attesissimo, di Roberto Bolle; gli appuntamenti di “C’è musica e Musica” giunto alla terza edizione dedicati alle famiglie e le scuole con 6 appuntamenti (4 alla domenica e 2 di sabato) lo spettacolo di Venti lucenti firmato da Manu Lalli, La danza delle maschere, che sarà ispirato al “Ballo in maschera” opera in programmazione nel corso della Stagione 2026.

Venerdì 22 novembre La traviata di Giuseppe Verdi torna in scena a Venezia nello storico allestimento che inaugurò la prima Stagione della Fenice ricostruita

regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral

e direzione musicale di Diego Matheuz

Sarà un momento di grande suggestione quello che vedrà il ritorno sulle scene del Teatro La Fenice della Traviata di Giuseppe Verdi nello storico allestimento – divenuto ormai un simbolo del Teatro veneziano – che nel novembre 2004, esattamente vent’anni fa, inaugurò la prima Stagione lirica della Fenice ricostruita dopo il disastroso incendio del 1996.

Ispirata al dramma in abiti contemporanei di Alexandre Dumas fils, presentato a Parigi nel 1852, La traviata sarà proposta in quell’incisivo allestimento – anch’esso in abiti contemporanei – del regista canadese Robert Carsen, con le scene e i costumi di Patrick Kinmonth, la coreografia di Philippe Giraudeau e il light design di Robert Carsen e Peter Van Praet.

La regia sarà ripresa da Christophe Gayral. Alla testa di Orchestra e Coro del Teatro La Fenice un graditissimo ritorno, quello di Diego Matheuz, che guiderà un cast composto per i ruoli principali da Marina Monzò, che debutta nel ruolo di Violetta, Francesco Demuro e Nicola Alaimo.

Quattro le recite in programma al Teatro La Fenice, nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2024-2025: il 22, 24, 27 e 30 novembre 2024.

            «Quando questo allestimento della Traviata debuttò alla Fenice – racconta il sovrintendente e direttore artistico Fortunato Ortombina – lavoravo alla Scala e non ero ancora approdato in laguna. Venni appositamente da Milano a vederla, e ricordo che ebbe un effetto dirompente, divise il pubblico e ricevette anche diversi fischi. Passato qualche anno, il Teatro la ripropose, ma anche allora il successo fu inferiore alle aspettative. Quando fui nominato direttore artistico, alla fine del 2007, l’allora sovrintendente mi chiese di pensare a una Traviata diversa. Prima di archiviare uno spettacolo del genere, però, domandai che mi lasciassero fare un ultimo tentativo, coinvolgendo un direttore che credesse a quel progetto, per me meraviglioso. Conoscevo già Myung-Whun Chung, e fu proprio a lui che proposi di riprendere lo spettacolo, perché a mio parere era l’unico in grado di ridargli la vita che meritava. Era il settembre del 2009, fu un trionfo e la nostra Traviata grazie al grande Maestro coreano riprese vita, come dimostra il fatto che gode ancora di ottima salute, tanto da essere ormai considerata un must del teatro d’opera e perciò inserita, anni dopo, tra i dieci migliori spettacoli lirici al mondo da un prestigioso sito culturale francese. Non è un caso, tra l’altro, che la stagione che festeggia il ventennale della riapertura all’opera della Fenice veda ancora Chung sul podio, impegnato questa volta in Otello, mentre il capolavoro verdiano è nelle mani esperte di un direttore come Diego Matheuz. Insomma, questa Traviata è stata lo spettacolo che ci ha più accompagnati per tutti questi anni e ha maggiormente caratterizzato il nuovo corso della Fenice. Ha indubbiamente saputo reggere il tempo e ci ha incoraggiati a ripresentare anche altri fortunati allestimenti a ogni nuova stagione. È la dimostrazione del fatto che bisogna avere il coraggio di rischiare».

La traviata fu composta da Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave per la rappresentazione del 6 marzo 1853 al Teatro La Fenice di Venezia. Terza opera della cosiddetta ‘trilogia popolare’ (con Rigoletto e Il trovatore), è delle tre la più intimista, quella in cui lo scavo psicologico della protagonista appare più ricco di sfumature, con un esito praticamente senza eguali nell’intera vicenda del teatro musicale italiano. Nonostante sia oggi ritenuta l’Opera per antonomasia, La traviata non esordì felicemente; si direbbe che il fiuto di Verdi l’avesse previsto quando, tramite Piave, fece le sue rimostranze alla Presidenza del Teatro, quasi come una valutazione profetica: «Sia pure la Salvini e compagni, ma io dichiaro che nel caso si dia l’opera, non ne spero niente sull’esito, che anzi farà un fiasco completo, e così avranno sagrificati gli interessi dell’impresa (che in fine potrà dire mea culpa), la mia riputazione, ed una forte somma del proprietario dell’opera. Amen». L’opera venne nuovamente ripresa a Venezia, il 6 maggio 1854 al Teatro San Benedetto, e fu un successo enorme. Il trionfo era certo dovuto anche a un cast più appropriato, ma Verdi, nel cantar vittoria, sminuì le modifiche apportate alla prima versione, che invece non solo vi furono, ma ebbero un’importanza superiore a quella loro attribuita dall’autore. L’intreccio drammaturgico presenta diversi ingredienti tipici della librettistica ottocentesca: amore come legame che supera ogni limite imposto dalle regole della convenienza sociale; preminenza del valore irrazionale del legame di sangue (la famiglia) su qualsiasi altro. Vi sono tuttavia anche forti elementi di novità: innanzitutto il fatto che si tratta di una vicenda derivata dalla cronaca contemporanea, laddove la librettistica predilige il più delle volte ambientazioni lontane nel tempo e nello spazio, quando non addirittura mitiche. Marie Duplessis – archetipo reale di Violetta – fu una delle più celebri prostitute del tempo, direttamente conosciuta da Alexandre Dumas figlio, che la consegnò a futura memoria col nome di Marguerite Gautier nel romanzo La Dame aux camélias (1848), e ne fu anche l’amante. L’anno successivo lo scrittore trasse dal romanzo un dramma, che andò in scena nel 1852, e l’anno dopo fu la volta di Verdi: raramente l’attualità è entrata tanto velocemente fra le quinte del teatro d’opera. È significativo che, mosso alla ricerca di nuove soluzioni drammaturgico-musicali, Verdi abbia insistito perché fosse mantenuta l’ambientazione contemporanea. Il palcoscenico di Venezia, quello stesso che aveva accolto favorevolmente un soggetto radicalmente innovativo come Rigoletto, era probabilmente l’unico possibile per una simile operazione; inoltre nella stessa stagione sarebbe stato rappresentato in laguna il dramma di Dumas. Per molti particolari della partitura Verdi esplorò una grande varietà di soluzioni formali, spingendosi non di rado oltre i mezzi compositivi ereditati dalla tradizione ottocentesca italiana; ed anche quando si volse all’assimilazione di modelli formali preesistenti, egli li seppe piegare al proprio fine. Il preludio, che con enfasi indica lo scioglimento tragico, condiziona la ricezione simbolica della vicenda: si ha quasi l’impressione che la brillante vita salottiera di Violetta venga rivissuta dalla moribonda nel terz’atto, come ricordo di una felicità impossibile. Verdi innalzò alla statura d’eroina tragica la protagonista di un fatto di cronaca, grazie ai mezzi della musica: torna in mente l’affermazione di Proust, secondo cui «Verdi ha dato a La dame aux camélias lo stile, che le mancava nel dramma di Dumas».

Nel cast di questa ripresa della Traviata, accanto al soprano Marina Monzò, che debutta nel ruolo di Violetta, al tenore Francesco Demuro interprete di Alfredo Germont e al baritono Nicola Alaimo interprete di Giorgio Germont, si esibiranno Loriana Castellano (Flora Bervoix), Barbara Massaro (Annina), Roberto Covatta (Gastone), Armando Gabba (barone Douphol), Rocco Cavalluzzi (dottor Grenvil) e Matteo Ferrara (marchese d’Obigny). Gli artisti del Coro del Teatro La Fenice Salvatore De Benedetto e Cosimo D’Adamo; Nicola Nalesso ed Emanuele Pedrini; Enzo Borghetti e Antonio Dovigo si alterneranno rispettivamente nei ruoli di Giuseppe, del domestico di Flora e del commissionario. Maestro del Coro Alfonso Caiani.

In scena anche i ballerini Lorena Calabrò, Samira Cogliandro, Matilde Cortivo, Aurora Dal Maso, Rosalia Moscato, Giulia Mostacchi, Andrea Carlotta Pelaia, Kevin Bhoyroo, Gianluca D’Aniello, Giulio Galimberti, Andrea Mazzurco, Valerio Palladino, Ilario Marco Russo, Francesco Scalas. Maestro ripetitore Margherita Longato.

La traviata sarà proposta nella versione definitiva del 1854, con sopratitoli in italiano e in inglese. Ecco il dettaglio delle recite: venerdì 22 novembre 2024 ore 19.00; domenica 24 novembre ore 15.30; mercoledì 27 novembre ore 19.00; sabato 30 novembre ore 19.00.

Un’Orontea milanese : Robert Carsen colloca l’opera di Cesti nell’ambiente dell’arte nella Milano di oggi.

Dirige Giovanni Antonini, nel cast Stéphanie D’Oustrac.

Venerdì 20 settembre nel Ridotto dei Palchi un convegno approfondisce l’opera di Cesti.

Diretta su LaScalaTv il 5 ottobre.

L’Orontea di Antonio Cesti va in scena alla Scala per cinque rappresentazioni dal 26 settembre al 5 ottobre 2024. È la prima volta che questo titolo, e qualsiasi titolo di Cesti, viene rappresentato al Piermarini, ma il Teatro ne produsse una pionieristica edizione nel 1961 per gli spazi ridotti della Piccola Scala.

La nuova produzione, che si inserisce nel progetto di riscoperta del melodramma italiano delle origini voluto da Dominique Meyer e che ha portato in scena negli anni scorsi La Calisto di Francesco Cavalli e Li zite ngalera di Leonardo Vinci, è diretta da Giovanni Antonini con la regia di Robert Carsen, scene e costumi di Gideon Davey e luci dello stesso Carsen insieme a Peter van Praet. In palcoscenico Stéphanie d’Oustrac è Orontea, Francesca Pia Vitale Silandra, Carlo Vistoli Alidoro, Hugh Cutting Corindo, Mirco Palazzi Creonte, Luca Tittoto Gelone, Maria Nazarova Giacinta, Sara Blanch Tibrino e Marcela Rahal Aristea.

Giovanni Antonini, al suo sesto titolo alla Scala, e Robert Carsen che raggiunge il quattordicesimo, si ritrovano dopo lo strepitoso successo del Giulio Cesare di Händel nel 2019 per dar vita a uno spettacolo che riporta ai giorni nostri la vicenda della regina Orontea, refrattaria alla ragion di stato e innamorata del pittore Alidoro. La protagonista diventa una donna di potere nostra contemporanea, figura di riferimento nel mondo dell’arte nella Milano di oggi. Ancora una volta Carsen modifica l’ambientazione ma va al cuore dei meccanismi di seduzione, inganno, sorpresa, sensualità e ironia del teatro barocco, ammiccando alla platea come faceva allora il testo, arguto ed esplicito, di Giacinto Andrea Cicognini e Giovanni Filippo Apolloni.

Come sempre nel caso di opere rare o di particolare interesse, il Teatro offre al pubblico occasioni speciali di conoscenza e approfondimento: venerdì 20 settembre dalle ore 15 alle ore 18 il Ridotto dei Palchi ospiterà l’incontro di studio “Un capolavoro comico del Seicento”, curato e moderato dal Consulente scientifico del Teatro alla Scala Raffaele Mellace con la partecipazione del Maestro Giovanni Antonini e degli studiosi Lorenzo Bianconi, Davide Daolmi e Paolo Fabbri.

Un’ora prima dell’inizio di ogni recita, presso il Ridotto dei Palchi, si terrà una conferenza introduttiva all’opera tenuta da Elisabetta Fava.

La rappresentazione del 5 ottobre sarà trasmessa in live streaming sulla piattaforma LaScalaTv e resterà disponibile on demand fino al 12 ottobre.

26, 28, 30 settembre; 2, 5 ottobre 2024 ~ ore 20

Antonio Cesti

L’ORONTEA

Dramma musicale in un prologo e tre atti

Libretto di Giacinto Andrea Cicognini
e Giovanni Filippo Apolloni

Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore GIOVANNI ANTONINI

Regia ROBERT CARSEN

Scene e costumi gideon davey

Luci robert carsen e peter van praet

Personaggi e interpreti

            Orontea           Stéphanie d’Oustrac

            Creonte           Mirco Palazzi

            Silandra          Francesca Pia Vitale

            Corindo          Hugh Cutting

            Gelone             Luca Tittoto

            Tibrino            Sara Blanch

            Aristea            Marcela Rahal

            Alidoro           Carlo Vistoli

            Giacinta          Maria Nazarova

Orchestra del Teatro alla Scala

Date:

Giovedì 26 settembre 2024 ore 20 ~ Turno Prime Opera

Sabato 28 settembre 2024 ore 20 ~ Turno C

Lunedì 30 settembre 2024 ore 20 ~ Turno A

Mercoledì 2 ottobre 2024 ore 20 ~ Turno B

Sabato 5 ottobre 2024 ore 20 ~ Turno D

Prezzi: da 215 a 26 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

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Un’ora prima dell’inizio di ogni recita al Ridotto dei Palchi

si terrà una conferenza introduttiva all’opera tenuta da Elisabetta Fava.

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La rappresentazione del 5 ottobre sarà trasmessa in live streaming

sulla piattaforma LaScalaTv e resterà disponibile on demand fino al 12 ottobre.

Simone Young dirige Peter Grimes in una nuova produzione di Robert Carsen.

  

Sei rappresentazioni dal 18 ottobre al 2 novembre, protagonisti Brandon Jovanovich,

Nicole Car e Ólafur Sigurdarson. Diretta su LaScalaTv il 27 ottobre.

Tutti gli spettacoli sono preceduti da una conferenza introduttiva di Franco Pulcini.

Torna in scena alla Scala uno degli esiti più vibranti e attuali del teatro musicale del ‘900, Peter Grimes di Benjamin Britten. A dirigerlo debutta nella buca della Scala Simone Young (che ha riscosso un entusiastico successo personale nella Stagione Sinfonica con Turangalîla-Symphonie di Messiaen), lo spettacolo è di Robert Carsen con le scene e i costumi di Gideon Davey, le luci dello stesso Carsen con Peter Van Praet, i video di Will Duke e la coreografia di Rebecca Howell. Protagonista è Brandon Jovanovich, affiancato da Nicole Car nella parte di Ellen e nei panni del capitano Balstrode.  

La rappresentazione del 27 ottobre sarà trasmessa in diretta da LaScalaTv.

Ogni sera, un’ora prima dello spettacolo, Franco Pulcini terrà una conferenza introduttiva nei Ridotti.

L’opera

Stagione d’Opera e Balletto 2022 ~ 2023

18, 21, 24, 27, 30 ottobre, 2 novembre 2023 (ore 20)

PETER GRIMES

Opera in un prologo e tre atti

Libretto di Montagu Slater

tratto dal poema di George Crabbe

Musica di BENJAMIN BRITTEN

(Edizioni Boosey & Hawkes, Londra. Rappresentante per l’Italia Casa Ricordi, Milano)

Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttrice SIMONE YOUNG

Regia ROBERT CARSEN

Scene e costumi GIDEON DAVEY

Luci ROBERT CARSEN e PETER VAN PRAET

Video WILL DUKE

Coreografia REBECCA HOWELL

Personaggi e interpreti

Peter Grimes              Brandon Jovanovich

Ellen Orford               Nicole Car

Captain Balstrode       Ólafur Sigurdarson

Auntie                        Margaret Plummer

First Niece                  Katrina Galka

Second Niece             Tineke Van Ingelgem

Bob Boles                   Michael Colvin

Swallow                     Peter Rose

Mrs. Sedley                Natascha Petrinsky

Rev. Adams                Benjamin Hulett

Ned Keen                   Leigh Melrose

Hobson                       William Thomas

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Maestro del Coro ALBERTO MALAZZI

Date:

Mercoledì 18 ottobre 2023 ore 20 ~ turno Prime Opera

Sabato 21 ottobre 2023 ore 20 ~ turno G

Martedì 24 ottobre 2023 ore 20 ~ turno A

Venerdì 27 ottobre 2023 ore 20 ~ turno D

Lunedì 30 ottobre 2023 ore 20 ~ turno B

Giovedì 2 novembre 2023 ore 20 ~ turno C

Prezzi: da 210 a 25 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

Peter Grimes viene concepita da Britten nell’esilio americano insieme a Peter Pears durante la II guerra mondiale e portata a termine al ritorno nel Regno Unito nel 1943. La creazione avviene al Sadler’s Wells nel 1947 con Peter Pears nella parte di Grimes e Reginald Goodall sul podio. La fonte letteraria è un fosco racconto dello scrittore, medico e sacerdote George Crabbe, pubblicato nel 1810. Crabbe, un antesignano del realismo sociale, descrive crudamente la vita di un villaggio di pescatori, uno dei quali si rende colpevole dell’assassinio di tre mozzi. Britten e il suo librettista Montagu Slater, un poeta e scrittore dalla forte impronta realista e operaia, trasformano il personaggio da un lato tagliando la morte del terzo ragazzo e lasciando aperta la responsabilità sulla morte dei primi due, dall’altro esaltando i caratteri romantici e fantastici di Grimes, che si affratella a un altro grande escluso del teatro musicale del Novecento: Wozzeck. Già E.M. Forster, nell’articolo su “The Listener” che aveva fatto conoscere a Britten l’opera di Crabbe scriveva: “Non c’è nessun crimine da parte di Grimes se non quello causato dai crimini ben più gravi commessi contro di lui dalla società”. Nell’intervista a Mattia Palma pubblicata sulla Rivista del Teatro Robert Carsen spiega: “La ragione [del rifiuto di Grimes da parte dei suoi concittadini] non è chiara, ma credo che il punto sia proprio questo. Sono convinto che sia stato lasciato apposta irrisolto. Gli abitanti del villaggio non capiscono Grimes, che a sua volta non fa alcun tentativo per farsi comprendere meglio: più gli altri sono ostili a lui, più lui si chiude e meno vuole avere a che fare con loro. In fondo è facile per un gruppo di persone isolare chiunque non gli si adatti. Molte opere affrontano lo stesso tema, pensiamo a Verdi, a Janáček, e ovviamente allo stesso Britten, i cui lavori sono spesso incentrati su un diverso”. Il tema dell’isolamento dei diversi ricorre effettivamente in diverse opere di Britten e si radica da un lato nella sua condizione di omosessuale nella società britannica del suo tempo (un’omosessualità vissuta in relativa trasparenza nella relazione con Peter Pears, ma mai ammessa pubblicamente neanche negli Stati Uniti, tanto da attirare le critiche di Auden e Isherwood), dall’altro nella vasta sensibilità per le libertà individuali contrapposte alla massa cieca negli anni dei grandi totalitarismi. A contrastare l’atmosfera chiusa del villaggio, la vastità maestosa del mare in cui Grimes scomparirà al termine dell’opera fuggendo alla folla pronta a linciarlo. Al mare sono dedicati i celebri “Quattro interludi marini” spesso eseguiti autonomamente in concerto. Nell’intervista a Liana Püschel pubblicata sulla Rivista la direttrice Simone Young nota che  “in Peter Grimes il profumo del mare si sente ovunque. Il mare è rappresentato musicalmente in modi diversi a seconda del tempo, dal sereno all’uragano; questi cambiamenti hanno un riflesso sul protagonista, il quale è un uomo che lavora con la natura ma anche contro la natura. Il mistero delle profondità marine è in rapporto con il fatto che Grimes è in contatto sia con la natura sia con il mondo metafisico, ma è incapace di esprimersi”.

Simone Young sottolinea inoltre come tra i temi dell’opera emerga anche un momento di possibile contatto umano, quello tra Grimes e Ellen: “La musica diventa delicata e complessa, in contrasto con quella della società che è chiara e semplice. Il loro duetto è un piccolo momento a cappella contraddistinto dalla bitonalità, in quanto ciascuno canta in una tonalità diversa; nelle ultime battute, invece, il loro canto coincide completamente concludendo sulla nota Mi, molto importante perché si riferisce alla tonalità tipica di Grimes”.

La direttrice d’orchestra

Simone Young, oggi direttrice della Sydney Symphony Orchestra ma nota soprattutto per il lungo e proficuo impegno alla testa dell’Opera di Amburgo, in questa sola stagione dirige all’Opéra di Parigi, alla Staatsoper di Vienna, al Metropolitan di New York e in campo sinfonico i Berliner Philharmoniker e l’Orchestre National de France, ma non era mai stata ospite del nostro Teatro. Con i Berliner la Young ha diretto quest’anno la Turangalîla-Symphonie di Messiaen, cuore del programma dei concerti della Stagione Sinfonica dell’11, 12 e 14 maggio in cui sostituisce Zubin Mehta che ha dovuto rinunciare per motivi di salute.

Il regista

Peter Grimes è il tredicesimo titolo operistico portato sul palcoscenico del Piermarini da Robert Carsen, il secondo di Britten. Dal folgorante esordio con Les dialogues des Carmélites di Poulenc nel 2006 con Riccardo Muti sul podio, i milanesi hanno visto spettacoli diversissimi: la lancinante essenzialità dell’allestimento acquatico di Kat’a Kabanova con Gardiner, lo sberleffo politico di Candide, le geometrie del desiderio di Alcina, la vertigine del teatro in Don Giovanni e Les contes d’Hoffmann, quella del cinema nella Fanciulla del West, il chiacchiericcio crudele della provincia anni ‘50 in Falstaff fino all’amara commedia del potere e dei sentimenti nel recente Giulio Cesare di Händel, suo ultimo spettacolo scaligero nel 2019. Per questo ogni ritorno di Carsen sul nostro palcoscenico è da attendere con trepidazione. Questo secondo Britten respira atmosfere diversissime dal primo, che era il fantasioso e tenero Midsummer’s Night Dream nella produzione di Aix-en-Provence e Lione con coreografia di Matthew Bourne.

Peter Grimes alla Scala

Le prime reazioni di certa critica nei confronti del capolavoro di Britten devono tenere conto del breve stacco che intercorre tra la prima esecuzione assoluta dell’opera nel 1945 e la sua proposta nel nostro Paese, dapprima in versione radiofonica e poi con la messa in scena nel nostro Teatro nel 1947. La prima esecuzione scaligera è piaciuta a tutti e su L’Unità si cita il coro “perfetto” diretto da Veneziani, la regia di Zimmermann “un poco pletorica talvolta nelle scene di massa” e le scene di Neher “minutamente descrittive, anche se il suo villaggio appariva più mediterraneo che nordico”. La successiva produzione inglese del 1975, importata alla Scala l’anno seguente, suggerisce ancora a Duilio Courir del Corriere la caratterizzazione dell’opera e del suo autore come esempio del “risveglio moderno della musica inglese” da parte di un musicista “capace di dar forma all’aspirazione … di un’opera nazionale”. Per Massimo Mila la direzione di Colin Davis è “prestigiosa e animatrice”, le scene e i costumi di Tazeena Firth e Timothy O’Brien hanno “un sigillo d’isolana autenticità”. Vickers è “uno dei maggiori tenori del giorno d’oggi, celebrato per qualità di vigoria, vocale e interpretativa”, ma Peter Pears “per il quale la parte è stata pensata, è un tenore squisitamente lirico, aduso alle raffinatezze del canto cameristico”. La Harper è “una Ellen Orford maternamente protettiva nel calore affettuoso d’una voce piena e pastosa” e Geraint Evans è “eccellente nella parte del bravo capitano Balstrode”. Parlando della nuova produzione scaligera del 15 giugno 2000, Paolo Isotta (sul Corriere) nota come la concertazione di Jeffrey Tate “si tuffa nelle profondità del suono, adotta tempi assai più meditativi”. L’ultimo allestimento in ordine cronologico è stato quello affidato alla direzione di Robin Ticciati e alla regia di Richard Jones. Angelo Foletto, su La Repubblica, parla di “spettacolo senza allusioni d’ambiente a parte i gabbiani che scrutano come avvoltoi, una sgradevole umanità intrappolata tra pub hopperiani, interni e abiti borghesi anni Settanta-Ottanta.” (testo di Luca Chierici dal programma di sala).