Riccardo Chailly torna alla Scala con Kurt Weill e Bertolt Brecht in uno spettacolo di Irina Brook

Per la prima volta in una sola sera Die sieben Todsünden, Mahagonny Songspiel e The Songs of Happy

End: critica sociale, contaminazione tra generi musicali e un allestimento innovativo

con materiali riciclati. Una produzione che richiama una forte tradizione milanese

tra Scala e Piccolo ma parla anche di un panorama attualissimo di disuguaglianze e sfruttamento

Nel 2021, nei mesi in cui la pandemia chiudeva i teatri, la Scala produsse un dittico di lavori di Kurt Weill destinato alle telecamere di Rai Cultura. Die sieben Todsünden e Mahagonny Songspiel andarono in scena nella sala vuota con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Irina Brook. Dal 14 al 30 maggio il dittico torna in scena incontrando finalmente il calore del pubblico e si arricchisce di un terzo elemento: i songs da Happy End. Si forma così un trittico inedito che riunisce tre momenti della breve ma esplosiva collaborazione tra Kurt Weill e Bertolt Brecht, iniziata proprio con Mahagonny Songspiel, che va in scena a Baden-Baden nel 1927 (una nuova versione espansa fino a diventare una vera e propria opera andrà in scena a Lipsia nel 1930) per proseguire con Happy End a Berlino nel 1929, mentre l’ultimo lavoro comune è Die sieben Todsünden che vede la luce nell’esilio a Parigi nel 1933. Irina Brook ha concepito uno spettacolo che unisce idealmente le tre pagine in un unico progetto drammaturgico su un mondo portato allo stremo dallo sfruttamento e dall’avidità. Un mondo in cui è facile riconoscere un’attualità segnata dall’aumento vertiginoso delle disuguaglianze e dall’incombere della catastrofe ambientale, riflessa anche nella scelta di una scenografia interamente realizzata con materiali riciclati. Solo al termine un barlume di speranza, rappresentato dall’inserimento della canzone Youkali, dedicata a un’utopica isola dove ogni desiderio trova soddisfazione.

Il nutrito cast vede Alma Sadé nei panni di Anna I, Bessie e Mary, Lauren Michelle come Anna II, Jessie e Jane, Elliott Carlton Hines come Bruder I, Bobby e Sam Worlitzer, Andrew Harris come Mutter e Jimmy, Matthäus Schmidlechner come Vater, Charlie e Ein Mann, Michael Smallwood come Bruder II, Billy e Hanibal Jackson, Natascha Petrinsky come Die Fliege, Wallis Giunta come Lilian Holiday e interprete di Youkali.

Markus Werba torna alla Scala nella parte del gangster Bill Cracker, mentre Geoffrey Carey presta il suo volto iconico al ruolo dell’attore.

Coincidenza significativa che la prima, il 14 maggio, cada nell’anniversario della fondazione del Piccolo Teatro da parte di Paolo Grassi e Giorgio Strehler: la storia di Brecht al Piccolo è storia del Teatro italiano. Alla conferenza stampa scaligera erano presenti i due direttori del Piccolo Teatro Lanfranco Li Cauli e Claudio Longhi, che ha contribuito con un saggio al programma di sala.

Il debutto della musica di Kurt Weill su un palcoscenico scaligero avvenne peraltro in connessione con il Piccolo Teatro: nel 1962 andò in scena alla Piccola Scala un doppio spettacolo diretto da Bruno Maderna con l’Histoire du soldat di Stravinskij con la regia dello stesso Strehler e Lo Zar si fa fotografare di Weill con la regia del giovane Virginio Puecher, che al Piccolo aveva mosso i primi passi della sua carriera teatrale. Nel 1964, sempre alla Piccola, Strehler avrebbe firmato Ascesa e rovina della città di Mahagonny con la direzione di Nino Sonzogno. Tra le altre serate scaligere dedicate da Brecht-Weill sono da ricordare almeno il concerto di Gisela May con l’Orchestra dell’Opera di Berlino nel 1971, le serate Io, Bertolt Brecht curate da Strehler nel 1974, 1975 e 1976, la serata diretta da Luciano Berio in omaggio a Cathy Berberian nel 1993 e numerosi recital di canto, da Anne Sofie von Otter ad Angela Denoke fino al monografico di Kate Linsdey nel 2021.

Giovedì 8 maggio alle 18 nel Ridotto dei Palchi per il ciclo “Prima delle prime” il professor Fabio Sartorelli terrà un incontro dal titolo «Trittico brechtiano» con la partecipazione del Maestro Riccardo Chailly.

Un’ora prima dell’inizio di ogni rappresentazione, presso il Ridotto dei Palchi “A. Toscanini”, per gli spettatori muniti di biglietto si terrà una conferenza introduttiva all’opera tenuta da Fabio Sartorelli.

Le opere

Die sieben Todsünden

Nell’ultima collaborazione tra Brecht e Weill ormai in esilio dalla Germania nazista la compenetrazione tra i generi raggiunge il suo apice: I sette peccati capitali del piccolo borghese (così il titolo completo) va in scena al Théâtre des Champs-Elysées il 7 giugno 1933 in forma di “Balletto satirico con canto” con Lotte Lenya come protagonista vocale e la coreografia di George Balanchine. Le protagoniste, Anna I e Anna II, in realtà due aspetti di un solo personaggio, cercano di ottenere abbastanza denaro per costruirsi una casa in Louisiana. Anna II, la danzatrice, rappresenta un impulso naturale alla moralità e alla compassione cui Anna I, razionale e calcolatrice, e la Famiglia rimproverano come peccati i comportamenti non finalizzati alla manipolazione del prossimo per accumulare denaro.

Nel presente allestimento non è presente la componente coreografica.

Mahagonny Songspiel

Kurt Weill incontra per la prima volta Bertolt Brecht nel marzo 1927; nello stesso tempo riceve una commissione dal Festival di Musica da Camera di Baden-Baden per un’opera breve da eseguirsi l’estate stessa. È l’occasione per scrivere un lavoro preparatorio per un più vasto progetto, Ascesa e caduta della città di Mahagonny, che andrà in scena a Lipsia nel 1930. Il Songspiel, sorta di cantata scenica, integra i testi di Brecht con due Songs di Elisabeth Hauptmann e va in scena a Baden-Baden con la regia di Brecht e la voce di Lotte Lenya; l’argomento è la città di Mahagonny, in cui l’unica legge è la legge del denaro. Sorta nel deserto, Mahagonny attira ingenui e malintenzionati come un’autentica Netzstadt, una città – rete per catturare chi cerca facili guadagni, alimentata dalla pubblicità e dall’egoismo più avido. Ben presto vi regna una totale anarchia, divampa la violenza e l’unica colpa veramente punita è quella di non avere denaro. Ma la totale depravazione porta la città a perdere attrattiva, e molti la lasciano in cerca di altri orizzonti.

The Songs of Happy End

Dopo il successo della Dreigroschenoper, andata in scena allo Schiffbauerdamm di Berlino nel 1928, Brecht e Weill tornano a collaborare con Elisabeth Hauptmann (sotto lo pseudonimo di Dorothy Lane) per una nuova commedia musicale che va in scena sul medesimo palcoscenico l’anno successivo. Happy End, ambientata tra le gang di Chicago, torna a descrivere il mondo della malavita, ma anche il tentativo dell’Esercito della Salvezza di redimere i criminali e l’ambiente delle banche: nel suo libretto si trova il celebre interrogativo se sia più delittuoso svaligiare una banca o fondarne una. Weill scrisse più tardi: “Formalmente, strumentalmente e melodicamente è un progresso così evidente rispetto all’Opera da tre soldi che solo degli ignoranti senza speranza come i critici tedeschi potrebbero non accorgersene”. Se ne accorsero anni più tardi i teatri di Broadway, dove Happy End ebbe nuova vita. Nello spettacolo scaligero la visione nichilista che unisce i tre lavori sull’umana cupidigia è temperata dall’inserimento in chiusura di Youkali, un tango-habanera che fa parte delle musiche di scena scritte nel 1934 per la pièce Marie Galante di Jacques Deval. Le parole, aggiunte dopo la guerra da Roger Fernay, parlano di un’isola lontana in cui tutti i desideri si realizzano, un luogo utopico lontano dagli orrori dell’Europa. Un’isola inesistente ma che illumina con la luce della speranza.

Riccardo Chailly e Kurt Weill

Il Maestro Chailly ha raccontato in un’intervista a Elisabetta Fava per la Rivista del Teatro la nascita della sua passione per Kurt Weill nel 1971, quando alla Scala era venuta Gisela May, con l’Orchestra della Deutsche Staatsoper di Berlino (oggi Staatsoper Unter den Linden), a cantare una selezione di Songs. Chailly avrebbe poi diretto il Concerto per violino e fiati, il Berliner Requiem, e diverse volte anche la suite dall’Opera da tre soldi (la cosiddetta Kleine Dreigroschenopermusik) per soli fiati. “In Weill” – spiega Chailly – “sento il tipo di suono, di ritmo delle Kammermusiken di Hindemith, protagonista con lui e con Křenek, della Berlino musicale anni Venti; una grande ragione del suo fascino sta proprio nella capacità di legare la modernità alla sonorità dell’ensemble; c’e già nel 1934 in Marie Galante e sarà poi il presupposto della sua fortuna a Broadway. La musica da ballo praticata nei cabaret berlinesi è un elemento comune e fondativo di queste partiture: in Happy End troviamo un tango lunghissimo, due blues, due valzer, due foxtrot. Però più ancora dei riferimenti ai singoli ritmi di danza secondo me è fondamentale lo swing; il canto è sempre raddoppiato dall’ensemble, ma la sua linea non deve essere ‘metrica’ come in una partitura di Hindemith: deve girare intorno all’orchestra con duttilità”.

Irina Brook e la creazione del Trittico

Lo spettacolo di Irina Brook, nato nelle ristrettezze della pandemia, ha fatto della povertà produttiva una cifra stilistica e un’affermazione di idealità: per la prima volta alla Scala si produceva uno spettacolo realizzato unicamente con materiali riciclati, puntando sull’espressività del canto, della recitazione e dei corpi di una compagnia amalgamata da un lavoro d’insieme lontanissimo dalle consuetudini del teatro d’opera. Un fare teatro diverso per un programma speciale, che a Milano riecheggia esperienze musicali e sceniche di lunga tradizione. L’unione dei tre titoli con l’aggiunta di Happy End ha posto una sfida ulteriore: fondere le identità narrative e simboliche delle pagine di Brecht/Weill in un percorso drammaturgico unitario utilizzando unicamente le parti musicali. A Liana Püschel, che l’ha intervistata per la Rivista del Teatro, la regista ha spiegato: “Il Trittico parla di tutti i problemi di oggi: noi non facciamo abbastanza per gli altri, pensiamo solo a noi stessi, alle scadenze quotidiane, dimenticandoci dei disastri del mondo. Mi riempie di energie l’opportunità di parlare di temi così attuali ma con una certa distanza e soprattutto con una musica piena di ritmi di danza, nello stile della commedia musicale; è veramente piena di gioia. C’è una contrapposizione unica e affascinante tra lo stile della musica e quello delle parole. Se facessi uno spettacolo in cui un gruppo di ambientalisti grida le proprie convinzioni in scena, non verrebbe nessuno; ma facendo questo spettacolo in cui le idee sono sublimate, forse qualche messaggio passa, almeno spero!”

 MICHELE MARIOTTI E SERGIO RUBINI INSIEME PER LEOPARDI ALL’OPERA DI ROMA 

Musica e poesia si incontrano in un concerto dedicato al poeta dell’Infinito.

Tra i brani in programma, i Kindertotenlieder di Mahler e la Sinfonia Eroica di Beethoven 

Domenica 8 dicembre ore 20.00

Il concerto è trasmesso in diretta su Radio3 Rai 

Le malinconie, le speranze e le disillusioni di Giacomo Leopardi incontrano la musica di alcuni tra i più grandi compositori. Dopo aver diretto il Simon BoccanegraMichele Mariotti torna sul podio del Costanzi domenica 8 dicembre, alle ore 20.00, per il suo primo concerto della Stagione 2024/25, trasmesso in diretta su Radio3 Rai. 

Per l’occasione, il Direttore musicale della Fondazione Capitolina ha ideato un programma incentrato su Giacomo Leopardi, in cui brani di Schubert, Mahler e Beethoven saranno intervallati dalla lettura di alcuni testi del poeta, recitati dal vivo per l’occasione da Sergio Rubini, per la prima volta sul palco dell’Opera di Roma. Una partecipazione straordinaria, quella dell’attore e regista, che anticipa la messa in onda su Rai1 della miniserie evento in due puntate, da lui diretta, dal titolo Leopardi – Il poeta dell’infinito, prevista per il 7 e 8 gennaio 2025. Riflessioni tratte dallo Zibaldone, dai Canti e dalle Operette morali di Leopardi si alternano dunque all’esecuzione dell’Entr’acte n. 3 di Schubert dal dramma Rosamunde, al ciclo dei Kindertotenlieder di Mahler (baritono solista è Markus Werba) e alla Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore op. 55 Eroica di Beethoven. Prima del concerto, sarà proiettato su uno schermo un estratto dalla miniserie diretta da Rubini. 

«Volevo costruire un programma capace di dialogare con una serie di letture e di racconti tratti dagli scritti di Leopardi, – racconta Michele Mariotti – cercando di trovare corrispondenze ed echi di certi temi poetici nella musica della sua epoca, come in Schubert e Beethoven, o in autori come Mahler, che pur lontani nel tempo sembrano condividere la sua sensibilità e la sua visione del mondo. Ad esempio Schubert, come Leopardi, viene ancora oggi spesso considerato come un compositore languido, melanconico, mentre era un uomo con una forza interiore incredibile. Mahler condivide invece con il poeta un immenso amore per la vita, che si lega al contempo a una lucida e terribile consapevolezza della tragedia insita nella stessa». 

«Così come ho lavorato con i miei sceneggiatori alla serie televisiva, insieme al maestro Mariotti, che ha voluto questa serata di dialogo tra musica e poesia, ho scelto di raccontare un Leopardi diverso da quello tramandato da una tradizione a volte schematica. – dice Sergio Rubini – Leopardi non era un uomo fragile e triste, schiacciato dalla gobba e ingrigito dalla malinconia. Il suo pessimismo era piuttosto il riflesso di un immenso amore per la vita che lo portava a difendere la libertà, la bellezza, la dignità dell’essere umano contro il potere schiacciante del mondo e della Natura – temi di fronte ai quali il sempre giovane recanatese si rapporta con la forza e il coraggio di un titano. Nel tentativo di far emergere questi aspetti, ho voluto legare alcune riflessioni dello Zibaldone a una serie di letture poetiche tratte dai Canti – alcuni molto noti, come Il passero solitario e Le ricordanze, e altri meno conosciuti, penso a Il sogno -, nonché al racconto a braccio di una delle Operette morali, dove emerge un Leopardi sorprendentemente brillante e spietatamente comico. Il pensiero leopardiano, frutto di un’infaticabile e appassionata indagine sull’animo umano, inviso ai conformisti e incompreso dai suoi contemporanei, risuona straordinariamente attuale per noi uomini del Duemila grazie alla visionarietà di uno dei nostri massimi poeti, patrimonio della storia del nostro Paese, da considerarsi vera e propria icona pop». 

La proposta sinfonica della Stagione 2024/25 dell’Opera di Roma prosegue sabato 22 marzo 2025, con Mariotti che propone Ein deutsches Requiem di Brahms, affiancato dal soprano Carolina López Moreno e dal baritono Derek Welton. Il 28 aprile, invece, il Costanzi ospita l’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori che, diretta da Ignazio Maria Schifani, propone La gloria di primavera di Alessandro Scarlatti in occasione dei trecento anni della morte del compositore. Un progetto del Ministero dell’Università e Ricerca in collaborazione con il Conservatorio di Palermo. Il 10 maggio 2025, James Conlon dirige la Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Šostakovič e la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Beethoven. La programmazione sinfonica si chiude il 26 settembre 2025, con il debutto di Diego Ceretta all’Opera di Roma con il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 77 di Brahms – violino solista Marc Bouchkov – e la Sinfonia n. 7 in re minore op. 70 di Dvořák.

Ph. Fabrizio Sansoni

I Carmina Burana chiudono il Ravello Festival 2024

Sul podio Jordi Bernacer

Sono stati due mesi intensi di musica quelli vissuti in questa 72esima edizione del Ravello Festival. Due mesi nei quali sono state coinvolte e valorizzate in maniera decisa e preponderante le eccellenze territoriali in un cartellone, curato da Maurizio Pietrantonio, che ha unito il patrimonio musicale e culturale della Campania a personalità di spicco della scena musicale e artistica internazionale.

Tutti gli appuntamenti fin qui proposti: 5 concerti sinfonici, 6 cameristici, 1 evento tra musica e parola, 1 evento jazz, oltre quelli speciali con protagonisti Roberto Bolle e Fiorella Mannoia hanno registrato quasi tutti il sold out con grande apprezzamento di critica e grande attesa è riservata per l’evento di chiusura.  

L’ultimo atto del Festival è in programma domenica 25 agosto (ore 20) sul Belvedere di Villa Rufolo con un capolavoro senza tempo: i Carmina Burana di Carl Orff.

I Carmina Burana sono tra le pagine di musica classica più conosciute dal grande pubblico, l’apertura trionfale dell’opera con l’epico coro di O Fortuna ha ispirato una vasta gamma di opere artistiche, dalle performance teatrali e coreografiche alle colonne sonore di film e pubblicità. A far rivivere questa musica di straordinario coinvolgimento, adottata in numerosi contesti, diventando un simbolo universale di passione e vitalità, le voci del soprano Maria Sardaryan, del tenore Levy Sekgapane e del baritono Markus Werba che saranno sul palco con l’Orchestra Filarmonica G.Verdi di Salerno al gran completoe coni cori del Teatro guidati da Marco Ozbic e da Silvana Noschese quello delle voci bianche.

Sul podio il Maestro spagnolo Jordi Bernàcer di ritorno a Ravello dopo la conduzione del Concerto all’alba del 2020.Bernàcer sostituisce, per sopraggiunti motivi di salute, il Maestro Michele Spotti.

Ringrazio ancora una volta la Governance della Fondazione per la fiducia conferitami nell’affidarmi la responsabilità della programmazione del Ravello Festival 2024 in circostanze notoriamente difficili – dice il Direttore generale Pietrantonio – e sono molto felice di aver potuto contribuire, con l’appassionato e qualificato sostegno dei collaboratori tutti della Fondazione, alla realizzazione di questa edizione che, malgrado il limitato budget disponibile e il contesto d’iniziale incertezza, mi auguro sia stata comunque all’altezza della grande tradizione del Ravello Festival”.

Ricordiamo che la Fondazione Ravello promuove la musica tra i giovani under 25 mettendo a disposizione biglietti a tariffa agevolata (10 euro) per tutti gli eventi.

Il Ravello Festival è sostenuto dalla Regione Campania e dal MiC. www.ravellofestival.com | Tel. 089 858422 | boxoffice@ravellofestival.com

Domenica 25 agosto
Belvedere di Villa Rufolo, ore 20.00
Maria Sardaryan, soprano
Levy Sekgapane, tenore
Markus Werba, baritono
Coro del Teatro dell’Opera di Salerno
Maestro del coro Marco Ozbic
Coro delle voci bianche del Teatro G. Verdi di Salerno
Maestro del coro Silvana Noschese
Orchestra Filarmonica G. Verdi di Salerno
Direttore Jordi Bernàcer
Posto unico € 50

Programma
       Carl Orff 
Carmina Burana per soli, coro e orchestra

In un nuovo allestimento Ariadne auf Naxos di Richard Strauss in scena al Teatro La Fenice dal 21 al 30 giugno

Ariadne auf Naxos di Richard Strauss sarà in scena dal 21 al 30 giugno al Teatro La Fenice nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2023-2024. Il nuovo allestimento, realizzato dalla Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Bologna e con la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, è affidato al regista scozzese Paul Curran, con scene e costumi di Gary McCann e light design di Howard Hudson.

La direzione musicale sarà affidata a Markus Stenz, alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice e di un cast composto da Karl-Heinz Macek, Markus Werba, Anna Lucia Richter, John Matthew Myers, Nicola Pamio, Blagoj Nacoski, Francesco Milanese, Matteo Ferrara, Erin Morley, Sara Jakubiak, Äneas Humm, Mathias Frey, Szymon Chojnacki, Enrico Casari, Jasmin Delfs, Marie Seidler e Giulia Bolcato. Cinque le recite al Teatro La Fenice, il 21, 23, 25, 27, 30 giugno 2024.

Opera in un atto con prologo su libretto di Hugo von Hofmannsthal ispirato al mito di Arianna, questa composizione nacque come divertissement operistico per una rappresentazione del Bourgeois gentilhomme di Molière. Il progetto iniziale prevedeva che l’opera fosse eseguita come spettacolo presentato nel palazzo del protagonista della commedia; un esempio perfetto di teatro nel teatro. In questa prima forma il lavoro esordì il 25 ottobre 1912 a Stoccarda. Tuttavia il pubblico apprezzò l’opera più della commedia e Hugo von Hofmannsthal decise di slegare le due parti dando vita propria ad Ariadne, a cui aggiunse un Prologo che tiene in piedi l’espediente del teatro nel teatro. Nella nuova forma Ariadne auf Naxos debuttò a Vienna il 4 ottobre 1916.

«Non credo assolutamente che Ariadne sia un puro divertissement – ha spiegato il regista Paul Curran –. In questo lavoro Strauss fa quello che fa in tutte le sue opere: esamina lo stato umano, analizza come gli esseri umani reagiscono tra loro, la difficoltà del compromesso, come nel caso dell’insegnante di musica quando dice al suo studente: «Guarda: se vuoi farlo, devi scendere a compromessi perché il mondo non è perfetto». Quindi penso che – insieme a Hoffmansthal – oggi Strauss ci regali una lezione meravigliosa, in questo nostro mondo dove tutto è digitale, perfetto e meraviglioso. Ma il mondo è tutt’altro che perfetto e meraviglioso e qualsiasi essere umano che voglia raccontare una storia o fare ogni genere di lavoro o avere una relazione di successo dovrà scendere a compromessi e vivere una vita umana piuttosto che idealizzata. Ariadne rappresenta l’ideale: la sua volontà di stare con Teseo è prettamente idealistica. In realtà Teseo non torna, e arriva invece Bacco. La sua vicenda ci dice che l’idealismo vale solo per la mente, e non per la vita reale. Pertanto, ripeto, non penso che sia un divertissement; penso che sia molto divertente e sebbene il prologo sia scritto come una commedia e la seconda parte dell’opera sia una combinazione di commedia e tragedia, nell’ultima parte dell’opera non c’è più commedia dopo il secondo quintetto; si va dritti dentro la storia di Ariadne e Bacco. Credo che sia un lavoro meraviglioso, brillantemente strutturato».

«Quella di Ariadne si può definire una partitura su misura – ha dichiarato il direttore d’orchestra Markus Stenz –, qualcosa di particolarmente adatto e congeniale a questa storia e all’idea sorprendente di avere più situazioni che avvengono simultaneamente. Questo fatto già di per sé la rende molto moderna, perché se si guarda alla vita di oggi ci si rende conto che è estremamente complessa: quante volte alla settimana si deve affrontare una tragedia o ci si può fare una risata? Probabilmente è una verità universale, anche considerando il tempo in cui l’opera è stata scritta. Era particolarmente vera per quell’epoca: tristezza e allegria contemporaneamente, nella stessa scena. Strauss ha quindi inventato qualcosa che ci permette davvero di fare esperienza della completezza della vita, e che rende Ariadne così importante anche per il pubblico di oggi. Pertanto, se è vero che con quest’opera i due artisti volgono lo sguardo indietro, quello che la rende comunque così tanto attuale, simile alle partiture di oggi, è l’idea di unire le complessità della vita».

Ecco il dettaglio delle repliche con gli orari e i turni di abbonamento: venerdì 21 giugno 2024 ore 19.00 (turno A); domenica 23 giugno ore 17.00 (turno B); martedì 25 giugno ore 19.00 (turno D); giovedì 27 giugno ore 19.00 (turno E); domenica 30 giugno ore 17.00 (turno C). Le recite del 21 e 25 giugno rientrano nell’ambito del progetto «La Fenice per la città», quelle del 23, 27 e 30 giugno in «La Fenice per la città metropolitana», iniziative realizzate in collaborazione con la Municipalità e con la Città metropolitana di Venezia dedicate ai residenti nel comune e nel territorio della città metropolitana di Venezia. 

Per informazioni www.teatrolafenice.it

FRANCESCO MELI, MARKUS WERBA E MICHELE GAMBA PER UN OMAGGIO AL GIOVANE PUCCINI

La Messa di Gloria e due rare pagine sinfoniche per il centenario della scomparsa del grande compositore

Mercoledì 20 marzo alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino, in diretta su Radio3 e in live streaming su raicultura.it

Nel centenario della scomparsa di Giacomo Puccini, lOrchestra Sinfonica Nazionale della Rai dedica al grande compositore italiano un concerto che riunisce tre pagine giovanili di non frequente esecuzione: il Capriccio sinfonico per orchestra, Preludio e Tregenda dall’opera-ballo Le Villi e la Messa di Gloria. La serata, fuori abbonamento, è in programma mercoledì 20 marzo alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino, in diretta su Radio3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. È anche registrata da Rai Cultura che la proporrà su Rai5.

Sul podio della compagine Rai torna Michele Gamba, reduce da un personale successo alla Scala di Milano con la Médée di Luigi Cherubini. Balzato agli onori delle cronache per aver sostituito all’ultimo momento il direttore titolare proprio alla Scala nel 2016 nei Due Foscari di Verdi, Gamba si sta affermando come interprete dalla grande versatilità. Ha già diretto nei principali teatri d’Europa: Staatsoper e Deutsche Oper di Berlino, Covent Garden di Londra, Capitole di Toulouse, São Carlos di Lisbona e recentemente ha debuttato al Metropolitan di New York. Collabora regolarmente con importanti orchestre sinfoniche come quella del Maggio Musicale Fiorentino, la Tokyo Symphony Orchestra e l’Orchestre National de Montpellier.

In apertura di questa serata, intitolata “Il giovane Puccini”, propone il Capriccio sinfonico per orchestra. Scritto nel 1883 da un Puccini appena venticinquenne e diretto nello stesso anno da Franco Faccio come saggio finale al Conservatorio di Milano, il brano anticipa temi che torneranno negli anni successivi in opere come Edgar La bohème.

Seguono Preludio e Tregenda dall’opera-ballo su libretto di Ferdinando Fontana Le Villi, primo lavoro teatrale di Puccini. Composto nello stesso anno del Capriccio sinfonico su suggerimento di Amilcare Ponchielli per il concorso bandito dall’editore Sonzogno, l’opera non ebbe alla fine esito positivo, ma fu riscattata dal successo ottenuto alla prima rappresentazione, nel 1884 al Teatro dal Verme di Milano.

Chiude la serata la Messa a quattro voci per soli, coro e orchestra, conosciuta come Messa di Gloria. Puccini la scrisse a 22 anni in occasione del saggio di diploma all’Istituto Musicale Pacini di Lucca e fu eseguita il 12 agosto 1880. Anche in questo caso, come per il Capriccio sinfonico, alcuni temi nati dalla fantasia giovanile del compositore torneranno in opere successive: quello del Kyrie sarà riconoscibile in Edgar mentre quello dell’Agnus Dei nella Manon Lescaut. Interpreti della partitura due grandi voci come quelle del tenore Francesco Meli e del baritono Markus Werba, protagonisti sui palcoscenici operistici più prestigiosi del mondo. Accanto a loro il Coro del Teatro Regio di Torino diretto da Ulisse Trabacchin. La Messa di Gloria è proposta in prima esecuzione Rai a Torino.

I biglietti per il concerto, fuori abbonamento, sono proposti a 10 e a 15 euro e sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino. Informazioni: 011.8104653 – biglietteria.osn@rai.it – www.osn.rai.it.

Venerdì 15 marzo 2024, alle ore 20, prima recita di “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti.

L’opera, diretta dal maestro Daniele Gatti, è proposta con la storica regia di Jonathan Miller, ripresa in questa occasione da Stefania Grazioli.

In locandina Marco Filippo Romano come Don Pasquale; Markus Werba nella parte del Dottor Malatesta; Sara Blanch è Norina; Yijie Shi interpreta Ernesto mentre Oronzo D’Urso veste i panni di Un notaro.

La recita del 15 marzo 2024 sarà trasmessa in differita su Rai Radio 3

A poche settimane di distanza dall’inizio dell’86ª edizione del Festival del Maggio, venerdì 15 marzo alle ore 20, nella Sala Grande del Teatro, va in scena una delle più celebri opere di Gaetano Donizetti, il Don Pasquale. Lo spettacolo è proposto nello storico, e ormai celebre, allestimento di Jonathan Miller – ripreso da Stefania Grazioli – un doveroso tributo del Teatro a un grande regista e a un allestimento molto amato, fin da subito, da pubblico e critica che è stato poi messo in scena in diversi teatri europei: una grande casa di bambole in cui si svolgeranno tutte le disavventure dei protagonisti dell’opera. Sul podio il maestro Daniele Gatti, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio, che affronta per la prima volta questo titolo restando fedele alle origini dell’opera (napoletane e francesi) e mettendone in risalto il linguaggio rossiniano.

Cinque le recite complessive: il 15, il 19 e il 23 marzo alle ore 20 e il 17 e 24 marzo alle ore 15:30.

Sul palcoscenico Marco Filippo Romano veste i panni del protagonista della vicenda, Don Pasquale, anziano e ricco settantenne e zio di Ernesto, interpretato da Yijie Shi, giovane innamorato della giovane vedova Norina, interpretata da Sara Blanch

Markus Werba, che torna al Maggio dopo le recite del Don Giovanni  e Falstaff nell’ambito dell’85° Festival del Maggio, veste i panni del Dottor Malatesta; Oronzo d’Urso, talento dell’Accademia del Maggio, è invece Un notaro. 

Chiudono il cast come Tre voci soliste due artisti del Coro del Maggio, Valeriia Matrosova e Massimiliano Esposito, e Carlo Cigni.

Sempre i talenti dell’Accademia del Maggio saranno i protagonisti della recita del 23 marzo: le parti di Norina, del Dottor Malatesta e di Ernesto saranno infatti interpretate rispettivamente da Nikoletta HertsakMatteo Mancini e Lorenzo Martelli.

In questo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino le scene e i costumi e le luci sono rispettivamente curati – come nell’edizione del 2001 e del 2011 – da Isabella Bywater e Jvan Morandi con le luci realizzate in questa occasione da Emanuele Agliati.

Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini.

Mercoledì 13 marzo 2024, alle ore 17, nel Ridotto del Foyer di Galleria del Teatro del Maggio, Luca Zoppelli presenta l’opera; l’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Prima di ogni recita sono inoltre proposte al pubblico le presentazioni degli spettacoli, tenute da Katiuscia Manetta, Maddalena Bonechi e Marco Cosci: le guide si tengono nel Foyer della Sala Zubin Mehta o nel Foyer di Galleria della Sala Grande 45 minuti circa prima dell’inizio di ogni recita.

Sul podio della Sala Grande il maestro Daniele Gatti, che dirige l’opera di Donizetti per la prima volta nella sua carriera: “Ho colto al volo l’opportunità di affrontare per la prima volta il Don Pasquale, non avendola mai diretta ho avuto l’occasione di studiarla e di scoprirla e di ‘entrare’ così nel mondo del belcanto italiano, che nel corso della mia carriera ho toccato solo poche volte. Mi piace vedere quest’opera come un omaggio di Donizetti al teatro rossiniano buffo – mantenendo naturalmente l’impronta romantica tipica donizettiana – evidenziato da questo passaggio continuo tra un gesto affettivo di ricordo e uno sguardo sereno al genio di Rossini che scrive questo tipo di opere nei primi anni del XIX secolo: lo sentiamo in alcuni procedimenti armonici e l’uso di alcuni stereotipi tipici dell’opera buffa, con la sola differenza del recitativo, che in questo caso non è secco ma accompagnato. Inoltre ho la fortuna di avere un cast davvero eccellente ed è un grande piacere affrontare così per la prima volta questo titolo”.

Il Don Pasquale, in scena per la settima volta nel corso delle stagioni del Maggio, viene dunque proposto per la terza occasione nell’ormai storica regia firmata da Jonathan Miller nel settembre 2001, da subito accolta con grande calore dal pubblico e dalla critica; un allestimento portato inoltre con altrettanto successo a Milano, al Teatro alla Scala, alla Royal Albert Hall di Londra e all’Opera di Bilbao. Il grande regista londinese ambienta la vicenda nella casa di Don Pasquale, che è sì una dimora borghese settecentesca, ma pensata scenicamente come una grande casa delle bambole su tre piani, con ogni ambiente di essa curato e ben definito, dalla cucina al soggiorno fino alle camere da letto, mentre costumi e trucco rimarcano il carattere brioso dell’opera di Donizetti. 

“È un’opera in cui decisamente ne vedremo delle belle” ha sottolineato Stefania Grazioli, parlando dell’allestimento da lei ripreso di Jonathan Miller “Il Don Pasquale è la terza e ultima opera buffa di Gaetano Donizetti, che sappiamo essere stata una persona dotata di grande senso dell’umorismo; la vicenda – per quanto piena di momenti buffi e situazioni divertenti – non ha una comicità fine a sé stessa, bensì più profonda, con momenti anche malinconici. Il libretto è di altissimo livello, sia perché perfettamente connesso con la partitura sia perché riesce a bilanciare, proprio attraverso l’alternanza fra momenti divertenti e situazioni dal retrogusto più amaro. La regia di Miller, che fa capire in modo cristallino la sua grande sapienza teatrale, è ricca di gag davvero splendide ed è un grande onore e piacere riprendere questo allestimento, potendo contribuire con il lavoro svolto insieme al maestro Daniele Gatti e a tutto lo splendido cast di questa produzione”.

Marco Filippo Romano, che interpreta lo sfortunato protagonista della vicenda, Don Pasquale, torna al Maggio dopo le recite de L’elisir d’amore dell’estate del 2019: “Nonostante abbia già interpretato questo splendido ruolo all’estero, per me queste recite segnano il mio debutto come Don Pasquale in Italia; farlo qui al Teatro del Maggio, con questa straordinaria regia di Miller e insieme alla direzione del maestro Daniele Gatti – con cui ho la fortuna di collaborare per la prima volta – è assolutamente emozionante. Il vecchio Don Pasquale è senz’altro uno dei ‘principi’ dei ruoli buffi: nonostante questo non ha le tipiche caratteristiche, ad esempio, del buffo di stampo rossiniano; questa differenza, in Donizetti, la troviamo nelle frasi molto legate fra loro e da una malinconia spesso accentuata musicalmente o scenicamente. Con il protagonista dell’opera ci troviamo dunque davanti a un personaggio che, bensì sia vecchio, ha e sente nuovamente della vitalità dentro di sé, come sottolineato anche da alcuni passaggi musicali; egli, cercando di conquistare Norina, riscopre un sentimento che non aveva probabilmente da quando era giovane”.

La bella vedova Norina è interpretata da Sara Blanch, che sarà inoltre fra i protagonisti del concerto inaugurale diretto dal maestro Daniele Gatti dell’86°Festival del Maggio in programma il prossimo 13 aprile.

Parlando del personaggio di Norina, Sara Blanch ne ha sottolineato la grande forza e la grande indipendenza: “È una donna davvero capace, con esperienza nelle relazioni e che spesso prende l’iniziativa e credo che sia proprio lei in realtà il grande motore immobile della vicenda, che poi verrà orchestrata dal Dottor Malatesta: lei fa questo in risposta al fatto di sentire il suo amore con Ernesto ostacolato bruscamente da Don Pasquale. Ecco allora nascere in Norina questo grande spirito di ribellione davanti a questa ingiustizia e la necessità assoluta di cambiare lo stato della vicenda. Dal mio punto di vista trovo sia davvero interessante interpretare una parte del genere, perché permette di mostrare una donna con più sfumature; la rabbia per la vicenda con il vecchio Don Pasquale, i momenti di tenerezza con Ernesto e anche le tante situazioni in cui dimostra di avere anche una vena molto spiritosa: è davvero un personaggio completo”. 

Markus Werba, da poco protagonista come Leporello nel Don Giovanni, opera inaugurale dell’85°Festival del Maggio, e come Ford in Falstaff, nella medesima edizione del Festival, interpreta il Dottor Malatesta, colui che tesserà le trame della vicenda per far sì che, a spese del vecchio Don Pasquale, Norina ed Ernesto possano finalmente convolare a giuste nozze: “Il Dottor Malatesta è il vero e proprio deus ex machina della storia; infatti, nonostante sia proprio lui quello incaricato dal vecchio protagonista per trovargli una moglie, è molto legato a Ernesto è dunque ordisce le trame per ingannare Don Pasquale e far sì che il suo amico e Norina possano sposarsi. È infatti lui che suggerisce al protagonista di sposare sua sorella Sofronia (in realtà impersonata da Norina) facendogli credere che sia una giovane bella e pura appena uscita di convento. In questo modo, organizzando questo finto matrimonio, la vera Norina – sotto mentite spoglie – avrà modo di far davvero ‘impazzire’ Don Pasquale, facendogli spendere un sacco di soldi e progettando grandi feste, facendo chiamare sarti e gioiellieri e disdegnando le sue attenzioni affettuose”.

Yijie Shi, che torna sulle scene del Maggio dopo un’altra opera di Donizetti, la Lucia di Lammermoor del settembre 2015,veste i panni di Ernesto, il giovane innamorato di Norina: “è bellissimo poter tornare al Maggio, mi mancava moltissimo. La prima volta, credo, fu nel 2012 nel vecchio Teatro per “Il viaggio a Reims” di Rossini; le ultime, invece, nel 2014 (Falstaff) e Lucia di Lammermoor (2015) qui nel nuovo teatro. Sono davvero molto contento di essere tornato a Firenze (e in Europa) e ringrazio tantissimo il teatro”. Oronzo D’Urso, da poco fra i protagonisti de La principessa di gelo dello scorso febbraio, interpreta Un notaro.Chiudono la compagnia di canto due artisti del Coro del Maggio – Valeriia Matrosova e Massimiliano Esposito – e Carlo Cigni.

L’opera:

Il libretto è scritto da Giovanni Ruffini (anche se firmato da Michele Accursi), ed è un rifacimento del libretto scritto da Angelo Anelli nel 1810 per Ser Marcantonio di Stefano Pavesi. È un dramma buffo certamente, ma Don Pasquale segna un punto di arrivo e uno di rottura per l’opera buffa siglato da Donizetti; è l’approdo di una tradizione comica italiana che percorre i secoli comunque né troppo farsesca né troppo comica, ed è l’opera nella quale la commedia si affaccia verso l’amarezza. È l’antica trama, da Donizetti articolata in tre concisi atti, del vecchio (Don Pasquale), economo e celibe, raggirato con l’offerta di una sposa ingenua, la vedova invece scaltra e maliziosa che ama riamata il nipote di Don Pasquale. Equivoci e travestimenti, metamorfosi, spese, finte nozze, simulati tradimenti e insulti per far sì che il vecchio maledica le sue nozze fino a che, scoperta la verità dell’architettura a suo danno, non si rassegna a benedire le nozze tra i giovani. Il libretto, nella definizione drammaturgica offerta dalla musica di Donizetti, è un modello d’efficienza e di eleganza: un prontuario ben congegnato di situazioni comiche ritmate dall’intuito teatrale malizioso e attuale. 

La locandina

DON PASQUALE

di Gaetano Donizetti

Dramma buffo in tre atti

Libretto di M. A. (Michele Accursi),

Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti da Angelo Anelli 

Edizione Edwin F. Kalmus & Co., Inc., Roca Baton, Florida

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Direttore Daniele Gatti

Regia Jonathan Miller

ripresa da Stefania Grazioli

Scene e costumi Isabella Bywater

Luci Jvan MorandiRealizzate da Emanuele Agliati

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Don Pasquale Marco Filippo Romano

Dottor Malatesta Markus Werba/Matteo Mancini (23)

Ernesto Yijie Shi/Lorenzo Martelli (23)

Norina Sara Blanch/Nikoletta Hertsak (23)

Un notaro Oronzo D’Urso

Tre voci soliste Valeriia MatrosovaMassimiliano Esposito,Carlo Cigni

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Lorenzo Fratini


In lingua originale
Con sopratitoli in italiano e inglese a cura di Prescott Studio, Firenze

Prezzi:

Visibilità limitata e ascolto: 15€

Galleria: 30€

Palchi: 40€

Platea 4: 50€ – Platea 3: 60€ – Platea 2: 75€ – Platea 1: 90€