Ultimo appuntamento sinfonico prima dell’inaugurazione dell’88esimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino : “Missa solemnis” di Ludwig van Beethoven

Venerdì 3 aprile 2026 alle ore 20 il maestro Vasily Petrenko sale sul podio del Sala Grande, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio, per l’esecuzione della Missa solemnis di Ludwig van Beethoven.

Solisti della serata Eleanor LyonsMarvic MonrealMaximilian Schmitt e Jongmin Park.

Il concerto segna l’ultimo appuntamento sinfonico prima dell’inaugurazione dell’88esimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino.

Venerdì 3 aprile alle ore 20, nella Sala Grande del Teatro del Maggio, va in scena l’ultimo appuntamento sinfonico prima dell’inizio dell’88esima edizione del Festival del Maggio Musicale Fiorentino. 

Sul podio, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Vasily Petrenko, al suo debutto al Maggio.

Il maestro Petrenko ha iniziato i suoi studi musicali presso la scuola di musica per ragazzi “Cappella di San Pietroburgo”, la più antica scuola di musica della Russia e dal 2021 è Direttore musicale della Royal Philharmonic Orchestra, incarico che ha dato vita a una collaborazione lodata da pubblico e critica internazionale. Nello stesso anno è stato nominato Direttore laureato della Royal Liverpool Philharmonic Orchestra, a seguito del suo acclamato mandato quindicennale come Direttore principale. Ha inoltre collaborato con molte delle orchestre più prestigiose del mondo, tra cui la Filarmonica di Berlino, la Gewandhaus di Lipsia, la London Symphony Orchestra, la London Philharmonic Orchestra, la Philharmonia Orchestra, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la Filarmonica di San Pietroburgo e l’Orchestre National de France.

Protagonisti della serata insieme al maestro Petrenko il soprano Eleanor Lyons, il mezzosoprano Marvic Monreal, il tenore Maximilian Schmitt e il basso Jongmin Park. Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini.

In cartellone la Missa solemnis in re maggiore op. 123 di Ludwig van Beethoven, una delle composizioni più imponenti e rappresentative dell’intero catalogo beethoveniano: fu composta tra il 1818 e il 1823 e fu dedicata al principe Rodolfo d’Asburgo in occasione della sua nomina ad arcivescovo di Olmütz. Considerata una delle composizioni più rappresentative del genio di Bonn, era dallo stesso musicista annoverata tra le sue opere più grandi.

L’espressione Missa solemnis, entrata in uso già dalla seconda metà del ‘700, definiva messe di ampie dimensioni a carattere concertante, composte per occasioni particolari o per importanti festività.

Il concerto:

La Missa solemnis in re maggiore per soli, coro e orchestra op. 123 fu composta da Beethoven tra il 1818 e il 1823 e dedicata al principe Rodolfo d’Asburgo in occasione della sua nomina ad arcivescovo di Olmütz. Considerata una delle composizioni più rappresentative di Beethoven era dallo stesso musicista annoverata tra le sue opere più grandi. L’espressione Missa solemnis, entrata in uso già dalla seconda metà del 1700, definiva messe di ampie dimensioni a carattere concertante, composte per occasioni particolari o per importanti festività. Con la sua Missa solemnis Beethoven intendeva infatti omaggiare l’arciduca Rodolfo d’Austria – che era stato suo allievo di pianoforte nonché amico e sostenitore – quale novello arcivescovo di Olmütz. Tuttavia il compositore non riuscì a completare l’opera in tempo per l’insediamento dell’arcivescovo, avvenuto il 9 marzo del 1820, e continuò a lavorare alla Missa fino al 1823 per pubblicarla poi due anni dopo. Per realizzare questa imponente opera Beethoven studiò a fondo il testo latino della Messa e le versioni dei compositori che lo avevano preceduto, ritenendo tuttavia necessario evitare di seguire pedissequamente gli illustri modelli del passato e scegliere piuttosto una via mediana che valorizzasse con linguaggio moderno una religiosità più intima e personale. La partitura, articolata nelle cinque parti fisse dell’Ordinarium missae (Kyrie – Gloria – Credo – Sanctus – Agnus Dei), alterna infatti episodi polifonici in stile severo ad altri in stile moderno come le ardimentose fughe nel Gloria e nel Credo, la raccolta sobrietà vocale e strumentale di cui è intessuto il Sanctus fino alle sorprendenti scelte dell’Agnus Dei in cui episodi di potente scrittura sinfonica e corale si fondono con invocazioni dei solisti e del coro di sublime pacificazione sonora.

La locandina:

LUDWIG VAN BEETHOVEN

Missa solemnis in re maggiore op. 123 per soli, coro e orchestra 

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Direttore Vasily Petrenko

Soprano Eleanor Lyons

Mezzosoprano Marvic Monreal

Tenore Maximilian Schmitt

Basso Jongmin Park

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

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Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Il concerto è preceduto dalla guida all’ascolto tenuta da Maddalena Bonechi nel Foyer di Galleria della Sala Grande.

È riservata ai possessori del biglietto e si svolge 45 minuti prima dell’inizio dello spettacolo (durata: 30 minuti circa).

Prezzi:

Visibilità limitata: 15€

Galleria: 30€

Palchi: 40€

Platea 5: 30€

Platea 4: 60€

Platea 3: 70€ 

Platea 2: 80€

Platea 1: 90€

Durata 1 ora e 20 minuti circa, senza intervallo

Semyon Bychkov porta la Czech Philharmonic sul palco del Teatro alla Scala con Alice Sara Ott al pianoforte.

Il secondo appuntamento della Stagione Orchestre ospiti propone un programma dedicato a Mendelssohn Bartholdy, Ravel e Stravinskij

Direttore principale e musicale della Czech Philharmonic e, dal 1° agosto 2026, Direttore designato dell’Opéra national de Paris, di cui diventerà Direttore musicale a partire dal 1° agosto 2028, Semyon Bychkov rappresenta da decenni un punto di riferimento nel panorama della direzione d’orchestra. Al Teatro alla Scala il direttore russo-statunitense debutta nella Stagione 1991-1992; è tornato regolarmente durante gli scorsi anni, sia come direttore d’opera, dirigendo due memorabili produzioni di Elektra (2020) e Tosca (2018) per la regia di Luca Ronconi, sia affrontando un ampio repertorio sinfonico insieme alla Filarmonica della Scala, da Brahms a Haydn, da Berio a Richard Strauss, da Šostakóvič a Schumann. Un rapporto di lunga data, raccontato con queste parole sull’articolo de “La Scala – Rivista del Teatro”, a firma di Luisa Sclocchis: “Sono tutti ricordi bellissimi. E se penso alla Scala penso a un luogo molto speciale, di una bellezza straordinaria e un’atmosfera davvero maestosa. Perfino le divise delle maschere sono assolutamente straordinarie. E dietro le quinte persiste una certa formalità unita a una grande nobiltà. Non lo dimenticherò mai”.

Sabato 28 febbraio (alle ore 20) Semyon Bychkov torna alla Scala alla guida della Czech Philharmonic, che aveva già diretto qui nel 2023 nella Stagione della Filarmonica.  Il programma accosta la Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 di Felix Mendelssohn Bartholdy “Italiana” alle musiche tratte da Pulcinella di Igor’ Stravinskij, balletto con canto in un atto che vede la partecipazione del soprano Stefanie Iranyi, del tenore Eric Finbarr Carey e del basso Jongmin Park. Protagonista in questo programma nel ruolo di solista nel Concerto in sol per pianoforte di Maurice Ravel, gemma preziosa che completa l’impaginato, sarà Alice Sara Ott, pianista definita come una “solista superba, abbagliante nella scrittura virtuosistica più estrema della musica, squisitamente delicata nei suoi momenti di tenera quiete” (The Guardian), che nella Stagione 2025-2026 è in residenza al Konzerthaus di Berlino, dopo le sue acclamate residenze al Southbank Centre di Londra, a Radio France a Parigi e al Tivoli Vredenburg di Utrecht, esibendosi tra l’altro con la London Symphony Orchestra e la Chicago Symphony Orchestra.

Un omaggio all’Italia che si apre con la Quarta Sinfonia di Mendelssohn Bartholdy, tra le pagine sinfoniche più interessanti della produzione del compositore di Amburgo. È durante il soggiorno nel Belpaese, nel 1831-1832, che Mendelssohn compone la Sinfonia “Italiana”, un compendio eccezionale delle suggestioni avute a Venezia, Napoli e Roma, dove il compositore abitava a Piazza di Spagna e, come si evince dalle lettere, dove Mendelssohn si innamora letteralmente della Trinità dei Monti, del Pincio, del Ponte Nomentano. Ne risulta una musica luminosa, piena di gioia, come scrive il compositore: “Si tratta della musica più gaia che io abbia composto”, carica di quella felicità che travolge l’ascoltatore nell’infuocato incipit dell’Allegro vivace e che domina tutto il movimento, e che culmina nel celebre Saltarello finale della sinfonia, una tarantella che si dipana a partire dal turbinio di terzine degli archi, fino ai vertiginosi passaggi in staccato dei legni.

Poi, il Concerto in sol di Maurice Ravel, composto tra il 1921 e il 1931 “nello spirito di Mozart e di Saint-Saëns”, come dichiarò lo stesso compositore in un’intervista al «Daily Telegraph» dell’11 luglio 1931, facendo dunque tesoro di una tradizione compositiva la cui eredità poteva ancora, a detta sua, essere valorizzata. Composto da tre movimenti (Allegramente – Adagio assai – Presto), il Concerto in sol rappresenta una pietra miliare del repertorio pianistico, la cui varietà tematica e di carattere viene valorizzata indubbiamente dalla straordinaria ricerca timbrica di Alice Sara Ott.

Chiude l’impaginato Pulcinella di Igor’ Stravinskij, balletto in un atto che include tre solisti vocali (soprano, tenore, basso). La versione proposta, quella rivista da Stravinskij nel 1965, mantiene le voci previste nella prima del 1920, un soprano, in questo caso Stefanie Iranyi, un tenore, Eric Finbarr Carey, e un basso, Jongmin Park.

Interessante è la genesi di questo lavoro, il cui titolo completo è Pulcinella, ballet avec chant en un acte d’après Giambattista Pergolesi: Sergei Diaghilev, impresario dei “Ballets russes”, sottopose al compositore alcuni lavori di Pergolesi affinché ne ricavasse un balletto basato su un canovaccio napoletano del Settecento. Le indicazioni di Diaghilev furono elastiche riguardo alla realizzazione, e questo permise a Stravinskij di partorire una partitura originale. Con interventi minimi ma mirati, Stravinskij imprime alle musiche di Pergolesi una cifra profondamente personale, facendo sì che l’aspetto più sorprendente di Pulcinella non stia tanto in ciò che è stato aggiunto o modificato, quanto in ciò che è rimasto praticamente intatto. Le melodie di Pergolesi sono conservate nella loro essenza, e le linee di basso sono in larga misura rispettate. Tuttavia, l’apporto di Stravinskij risulta determinante: se alcuni brani mantengono la struttura originaria, altri vengono radicalmente trasformati, l’orchestrazione è completamente rinnovata, l’armonia è attraversata da dissonanze e note volutamente estranee, mentre la scansione ritmica perde la sua regolarità attraverso accenti spostati, sincopi e improvvise sospensioni del tempo. Ne nasce così un affascinante intreccio di rimandi e sovrapposizioni, in cui le identità dei due compositori si confondono, rendendo arduo distinguere ciò che appartiene al Pergolesi del Settecento e ciò che è frutto della sensibilità novecentesca di Stravinskij.

Sabato 28 febbraio 2026 ~ ore 20

Teatro alla Scala

Stagione Orchestre ospiti


CZECH PHILHARMONIC
Semyon Bychkov,direttore

Felix Mendelssohn Bartholdy

Sinfonia n. 4 in la magg. op. 90(“Italienische”)

Maurice Ravel

Concerto per pianoforte in sol magg.

ALICE SARA OTT, pianoforte

Igor’ Stravinskij

Pulcinella
balletto con canto in un atto

(revisione 1965)

Stefanie Iranyi, soprano

Eric Finbarr Carey, tenore

Jongmin Park, basso

Prezzi: da 110 a 20 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

Semyon Bychkov porta la Filarmonica Ceca sul palco del Teatro alla Scala con Beatrice Rana al pianoforte.

IL secondo appuntamento della Stagione Orchestre ospiti propone

un programma dedicato a Mendelssohn Bartholdy, Ravel e Stravinskij

Direttore principale e musicale della Filarmonica Ceca e, dal 1° agosto 2026, Direttore designato dell’Opéra national de Paris, di cui diventerà Direttore musicale a partire dal 1° agosto 2028, Semyon Bychkov rappresenta da decenni un punto di riferimento nel panorama della direzione d’orchestra. Al Teatro alla Scala il direttore russo-statunitense debutta nella Stagione 1991-1992, ed è tornato regolarmente durante gli scorsi anni, sia come direttore d’opera, dirigendo due memorabili produzioni di Tosca (1997) ed Elektra (2005 agli Arcimboldi) per la regia di Luca Ronconi, sia affrontando un ampio repertorio sinfonico insieme alla Filarmonica della Scala, da Brahms a Haydn, da Berio a Richard Strauss, da Šostakovič a Schumann. Un rapporto di lunga data, raccontato con queste parole sull’articolo de “La Scala – Rivista del Teatro” a firma di Luisa Sclocchis: “Sono tutti ricordi bellissimi. E se penso alla Scala penso a un luogo molto speciale, di una bellezza straordinaria e un’atmosfera davvero maestosa. Perfino le divise delle maschere sono assolutamente straordinarie. E dietro le quinte persiste una certa formalità unita a una grande nobiltà. Non lo dimenticherò mai”.

Sabato 28 febbraio (alle ore 20) Semyon Bychkov torna alla Scala alla guida della Filarmonica Ceca, che aveva già diretto qui nel 2023 nella Stagione della Filarmonica scaligera.  Il programma accosta la Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 di Felix Mendelssohn Bartholdy “Italiana” alle musiche tratte da Pulcinella di Igor’ Stravinskij, balletto con canto in un atto che vede la partecipazione del soprano Stefanie Iranyi, del tenore Eric Finbarr Carey e del basso Jongmin Park. A distanza di poco più di un mese dal suo Recital pianistico alla Scala, Beatrice Rana torna protagonista in questo programma da concerto nel ruolo di solista nel Concerto per pianoforte in sol magg. di Maurice Ravel, gemma preziosa che completa l’impaginato.

Un omaggio all’Italia che si apre con la Quarta Sinfonia di Mendelssohn Bartholdy, tra le pagine sinfoniche più interessanti della produzione del compositore di Amburgo. È durante il soggiorno nel Belpaese, nel 1831-1832, che Mendelssohn compone la Sinfonia “Italiana”, un compendio eccezionale delle suggestioni avute a Venezia, Napoli e Roma, dove il compositore abitava a Piazza di Spagna e, come si evince dalle lettere, dove Mendelssohn si innamora letteralmente della Trinità dei Monti, del Pincio, del Ponte Nomentano. Ne risulta una musica luminosa, piena di gioia, come scrive il compositore: “Si tratta della musica più gaia che io abbia composto”, carica di quella felicità che travolge l’ascoltatore nell’infuocato incipit dell’Allegro vivace e che domina tutto il movimento, e che culmina nel celebre Saltarello finale della sinfonia, una tarantella che si dipana a partire dal turbinio di terzine degli archi, fino ai vertiginosi passaggi in staccato dei legni.

Poi, il Concerto per pianoforte in sol magg. di Maurice Ravel, composto tra il 1921 e il 1931 “nello spirito di Mozart e di Saint-Saëns”, come dichiarò lo stesso compositore in un’intervista al «Daily Telegraph» dell’11 luglio 1931, facendo dunque tesoro di una tradizione compositiva la cui eredità poteva ancora, a detta sua, essere valorizzata. Composto da tre movimenti (Allegramente – Adagio assai – Presto), il Concerto in sol rappresenta una pietra miliare del repertorio pianistico, la cui varietà tematica e di carattere viene valorizzata indubbiamente dalla straordinaria ricerca timbrica di Beatrice Rana.

Chiude l’impaginato Pulcinella di Igor’ Stravinskij, balletto con canto in un atto, che include tre solisti vocali (soprano, tenore, basso). La versione proposta, quella rivista da Stravinskij nel 1965, mantiene le voci previste nella prima del 1920: un soprano, in questo caso Stefanie Iranyi, un tenore, Eric Finbarr Carey, e un basso, Jongmin Park.

Interessante è la genesi di questo lavoro, il cui titolo completo è Pulcinella, ballet avec chant en un acte d’après Giambattista Pergolesi: Sergei Diaghilev, impresario dei “Ballets russes”, sottopose al compositore alcuni lavori di Pergolesi affinché ne ricavasse un balletto basato su un canovaccio napoletano del Settecento. Le indicazioni di Diaghilev furono elastiche riguardo alla realizzazione, e questo permise a Stravinskij di partorire una partitura originale. Con interventi minimi ma mirati, Stravinskij imprime alle musiche di Pergolesi una cifra profondamente personale, facendo sì che l’aspetto più sorprendente di Pulcinella non stia tanto in ciò che è stato aggiunto o modificato, quanto in ciò che è rimasto praticamente intatto. Le melodie di Pergolesi sono conservate nella loro essenza, e le linee di basso sono in larga misura rispettate. Tuttavia, l’apporto di Stravinskij risulta determinante: se alcuni brani mantengono la struttura originaria, altri vengono radicalmente trasformati, l’orchestrazione è completamente rinnovata, l’armonia è attraversata da dissonanze e note volutamente estranee, mentre la scansione ritmica perde la sua regolarità attraverso accenti spostati, sincopi e improvvise sospensioni del tempo. Ne nasce così un affascinante intreccio di rimandi e sovrapposizioni, in cui le identità dei due compositori si confondono, rendendo arduo distinguere ciò che appartiene al Pergolesi del Settecento e ciò che è frutto della sensibilità novecentesca di Stravinskij.

Sabato 28 febbraio 2026 ~ ore 20

Teatro alla Scala

Orchestre ospiti


CZECH PHILHARMONIC
Semyon Bychkov,direttore

Felix Mendelssohn Bartholdy

Sinfonia n. 4 in la magg. op. 90(“Italienische”)

Maurice Ravel

Concerto per pianoforte in sol magg.

BEATRICE RANA, pianoforte

Igor’ Stravinskij

Pulcinella
balletto con canto in un atto

(revisione 1965)

Stefanie Iranyi, soprano

Eric Finbarr Carey, tenore

Jongmin Park, basso

Prezzi: da 110 a 20 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

Un nuovo Ring per la Scala

Dal 28 ottobre Das Rheingold apre un nuovo ciclo a dieci anni dal precedente.

Regia di David McVicar, sul podio Simone Young per le prime tre rappresentazioni,

quindi dal 5 novembre Alexander Soddy. Michael Volle è Wotan.  

Diretta su LaScalaTv il 3 novembre.

Va in scena per sei rappresentazioni dal 28 ottobre al 10 novembre Das Rheingold, primo appuntamento con la nuova produzione del Ring des Nibelungen che proseguirà nel 2025 con Die Walküre (dal 5 al 23 febbraio) e Siegfried (dal 6 al 21 giugno) e nel 2026 con Götterdämmerung e due cicli completi. Sul podio si alternano Simone Young (28 e 31 ottobre, 3 novembre) e Alexander Soddy (5, 7 e 10 novembre).

Simone Young è una delle bacchette più autorevoli in questo repertorio: ha diretto la sua prima Tetralogia alla Staatsoper di Vienna nel 1999 ottenendo un successo confermato a Berlino, Amburgo e questa estate a Bayreuth, dove è stata la prima direttrice cui è stato affidato il Ring.

Alla Scala ha debuttato nel 2023 con Peter Grimes di Britten e Turangalîla di Messiaen.

Il quarantaduenne Alexander Soddy, Generalmusikdirektor a Mannheim dal 2026/17, dirige regolarmente al Metropolitan, al Covent Garden e alle Staatsoper di Monaco e di Berlino, dove ha diretto ben quattro titoli in questa stagione, e sta intensificando la sua presenza in Italia: nel 2025 è già in cartellone alla Scala con Così fan tutte e al Maggio Musicale con Macbeth e Salome.

Michael Volle vestirà i panni di Wotan nell’intero Ring: con lui in questo Prologo Ólafur Sigurdarson è Alberich, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke è Mime, Norbert Ernst è Loge, Okka von der Damerau è Fricka, Olga Bezsmertna è Freia, Christa Mayer è Erda, Siyabonga Maqungo è Froh, Jongmin Park è Fasolt, Ain Anger è Fafner e Andrea Carroll, Svetlina Stoyanova e Virginie Verrez sono le figlie del Reno.

La regia è di David McVicar, che dopo il trionfale debutto scaligero con Les Troyens di Berlioz nel 2014 è tornato con nuove produzioni dei Masnadieri di Verdi nel 2019 e della Calisto di Cavalli nel 2021, oltre che con la ripresa del suo allestimento londinese di Adriana Lecouvreur nel 2022.  McVicar ha già affrontato il Ring in passato con una fortunata produzione all’Opéra national du Rhin.

Un’ora prima dell’inizio di ogni recita, presso il Ridotto dei Palchi, si terrà una conferenza introduttiva all’opera tenuta da Elisabetta Fava.

La rappresentazione del 3 novembre sarà trasmessa in diretta su LaScalaTv a partire dalle ore 14:15. Il video resterà visibile on demand e per gli abbonati a LaScalaTv fino al 10 novembre.

Lo spettacolo

“Questo Ring – racconta David McVicar a Luca Baccolini nell’intervista pubblicata sul numero di ottobre della Rivista del Teatro – deve essere un arco teso verso la conclusione. Già dalle prime battute di musica, in cui avverti lo scorrere del fiume, bisogna immaginarsi l’epilogo. Sarebbe impossibile pensare un lavoro del genere opera per opera. C’è da dire però che dall’Oro del Reno alla prima rappresentazione completa del Ring passarono più di vent’anni, durante i quali Wagner è cambiato profondamente, prima un socialista anarchico rivoluzionario, poi un uomo disilluso che ha accettato il fallimento dei suoi ideali giovanili. Di fondo, però, resta che il Ring, al di là di incongruenze e ripensamenti, è un’opera unitaria. È una grande rappresentazione del mondo e dell’umanità. Penso sia impossibile, oggi, tenere lontani temi come l’ambiente o il cambiamento climatico, di cui già Wagner in un certo modo ci aveva avvertito. Tutto il mondo di oggi ci dice a gran voce di tornare indietro, altrimenti la rovina sarà certa. E se penso alle guerre dei nostri tempi non oso immaginare come arriveremo al 2026, alla fine del ciclo. Per fortuna l’impalcatura dello spettacolo è flessibile abbastanza per accogliere nuovi spunti. Ma il Ring è ovviamente molto altro. È una grande esperienza di amore in tutte le sue forme, dall’impulso sessuale primordiale alla forma più elevata dell’amore che è la compassione disinteressata per gli altri essere umani e per la natura.

Il Ring al Teatro alla Scala

La Scala, che nel corso dell’Ottocento accoglie con diffidenza e ritardo le opere di Wagner (la prima, malissimo ricevuta, è Lohengrin nel 1873, due anni dopo Bologna), diviene nel Novecento un punto di riferimento musicale e scenico per questo repertorio grazie innanzitutto al fervore wagneriano di Arturo Toscanini. Toscanini debutta al Piermarini nel 1898 dirigendo i Meistersinger e nei suoi anni di direzione del Teatro torna a Wagner con regolarità. Nel 1923 affida la messa in scena di Tristan und Isolde a Adolphe Appia: la prima regia “moderna” alla Scala. Dopo di lui è Victor de Sabata a garantire esecuzioni wagneriane di riferimento, insieme a una squadra di direttori cresciuti in questa musica: Siegfried Wagner, Franz von Hösslin, Wilhelm Furtwängler, Clemens Krauss, Herbert von Karajan. Nel Novecento la Scala allestisce la Tetralogia con assiduità: nel 1927, 1928 e 1931 dirige Ettore Panizza, nel 1930 Siegfried Wagner, nel 1938 Clemens Krauss, nel 1943 Franz von Hösslin, nel 1949-50 Wilhelm Furtwängler, nel 1962-63 André Cluytens. Nel 1974 Die Walküre nell’allestimento innovativo di Luca Ronconi con le scene di Pier Luigi Pizzi dovrebbe inaugurare un nuovo ciclo che però si ferma alla seconda giornata per le incomprensioni con il direttore Wolfgang Sawallisch e viene realizzato dal Maggio Musicale Fiorentino. Il 7 dicembre 1994 Riccardo Muti intraprende con Die Walküre, regia di André Engel, un nuovo ciclo, che prosegue con Yannis Kokkos. Infine, Daniel Barenboim presenta la sua Tetralogia tra il 2010 e il 2013, bicentenario della nascita del compositore, con la regia di Guy Cassiers. Era dalla versione diretta da Cluytens nel 1963 che le quattro Giornate non venivano eseguite di seguito nella stessa Stagione, come avverrà anche nel 2026 con due cicli completi.

Riccardo Chailly inaugura la stagione 2023/2024 della Scala con Don Carlo di Verdi

La regia è di Lluís Pasqual, le scene di Daniel Bianco e i costumi di Franca Squarciapino.

Protagonisti Francesco Meli, Anna Netrebko, Michele Pertusi, Elīna Garanča, Luca Salsi e Ain Anger.

Diretta televisiva su Rai1 e radiofonica su Radio3 il 7 dicembre dalle 17:45.

Il 3 dicembre anteprima per gli Under30, esaurite tutte le repliche fino all’8 gennaio.

La Stagione 2023/2024 del Teatro alla Scala si apre giovedì 7 dicembre alle ore 18 con Don Carlo di Giuseppe Verdi nella versione approntata dal compositore per la Scala nel 1884. Come ogni anno lo spettacolo sarà ripreso dalle telecamere di Rai Cultura e trasmesso in diretta televisiva su Rai1 e radiofonica su Radio3. La Prima sarà preceduta domenica 3 dicembre dall’Anteprima per gli Under30 e seguita fino al 2 gennaio da 7 rappresentazioni tutte esaurite. L’opera, che ha inaugurato la Stagione nel 1868, 1878, 1912, 1926, 1968, 1977, 1992 e 2008, sarà diretta dal Direttore Musicale Riccardo Chailly sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala con un cast che schiera Francesco Meli come Don Carlo, Anna Netrebko come Elisabetta di Valois, Michele Pertusi come Filippo II, Elīna Garanča come Principessa d’Eboli, Luca Salsi come Marchese di Posa e Jongmin Park come Grande Inquisitore. Protagonista di non minore rilievo il Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi. Le scene sono di Daniel Bianco, i costumi di Franca Squarciapino, le luci di Pascal Mérat, i video di Franc Aleu e la coreografia di Nuria Castejón.  

Per Riccardo Chailly Don Carlo è il compimento di una riflessione sul potere estesa su tre inaugurazioni di Stagione, dopo Macbeth di Verdi nel 2021 e Boris Godunov nel 2022. Come scrive Michele Girardi, vi è una relazione evidente «tra le tematiche trattate nel Boris Godunov di Musorgskij e nel Don Carlos di Verdi, cioè le logiche spietate dei detentori di un potere assoluto che disintegra l’aspirazione alla felicità individuale e collettiva degli oppressi». Ma si tratta anche di un ritorno al Verdi della maturità dopo le tre inaugurazioni dedicate all’evoluzione delle opere giovanili con Giovanna d’Arco nel 2015, Attila nel 2018 e Macbeth nel 2021. (Chailly peraltro ha proposto anche Aida in forma di concerto nel 2020, dopo averla diretta nell’allestimento di Zeffirelli il 7 dicembre 2006). Nel suo nuovo approccio a Don Carlo, che aveva diretto ad Amsterdam nel 2010 in un bell’allestimento di Willy Decker, il Maestro torna con la memoria alle edizioni dirette da Claudio Abbado nel 1968 e 1977, di cui aveva seguito le prove, ma fa riferimento anche allo studio diretto dei manoscritti messigli a disposizione da Ricordi. Come nell’edizione di Abbado, si ascolterà l’introduzione al monologo di Filippo affidato alla fila dei violoncelli secondo partitura e non al violoncello solo come spesso avviene. Con i complessi scaligeri Riccardo Chailly ha recentemente diretto la scena di Filippo con Ildar Abdrazakov nella serata “…a riveder le stelle” del 7 dicembre 2020, l’aria di Elisabetta in concerto con Anna Netrebko e il coro del II atto in disco e in tournée.

Lo spettacolo

Don Carlo torna al Teatro alla Scala in una grande produzione che rispecchia la doppia natura di dramma storico e manifesto romantico dell’originale schilleriano mettendo in luce gli straordinari artisti e artigiani che operano nei laboratori del Teatro. Un impianto scenico unico si trasforma senza interrompere lo svolgimento dell’azione nei diversi spazi previsti dal libretto grazie alla spettacolare alternanza di colossali elementi scenografici. Verdi propone i temi a lui cari della libertà dei sentimenti, della difficile relazione tra padri e figli e della liberazione dei popoli oppressi sullo sfondo del conflitto tra il potere temporale e quello religioso. Per rendere l’atmosfera sospesa tra ambiente ecclesiastico e secolare il regista Lluís Pasqual e lo scenografo Daniel Bianco hanno fatto riferimento all’uso dell’alabastro nelle finestre degli edifici religiosi ma anche civili e in particolare alla grande finestra della Collegiata di Santa María La Mayor nella città spagnola di Toro. Una grande torre di alabastro è inquadrata in un sistema di cancellate che anch’esse ricorrono nell’architettura religiosa quanto in quella civile. La scena permette di ritagliare nei grandi spazi del palcoscenico i numerosi momenti di intimità e di isolamento che punteggiano la tragedia.

Don Carlo ci porta dietro le quinte dello spettacolo del potere: anche l’autodafé, cerimonia abbagliante e macabra di autorappresentazione dell’assolutismo, non troppo diversa dai meccanismi della propaganda di oggi, è mostrata soprattutto nel momento della preparazione e solo pochi minuti sono riservati alla “festa” nella sua magniloquente esteriorità. Qui campeggia un colossale retablo dorato e finemente istoriato. Questi spazi sono animati dal pittoricismo dei costumi di Franca Squarciapino, che riprendono l’abbigliamento rappresentato nella ritrattistica del tempo ma lo alleggeriscono nella scelta dei materiali, garantendo facilità di movimento e una certa romantica vitalità ai personaggi. L’impianto è documentato ma non necessariamente filologico: pur collocati nella loro epoca, i protagonisti rappresentano emozioni e caratteristiche umane presenti in ogni tempo. Il colore prevalente è il nero, non inteso come espressione di mortificazione o di lutto ma come esibizione di potere e ricchezza: nel ‘500 velluti e broccati neri erano tra le stoffe di maggior pregio.      

Le versioni dell’opera

La prima assoluta di Don Carlos ha luogo all’Opéra di Parigi (che aveva allora sede nella Salle le Péletier che sarebbe stata distrutta da un incendio nel 1873) l’11 marzo 1867. È la terza opera scritta da Verdi per la Francia dopo Jérusalem (riscrittura del 1847 dei Lombardi alla prima Crociata) e Les Vêpres Siciliennes (1855). Il libretto francese di Joseph Méry e Camille du Locle è tratto dalla tragedia di Friedrich Schiller Don Karlos, Infant von Spanien andata in scena ad Amburgo nel 1787. L’opera, commissionata in occasione della seconda Esposizione Universale di Parigi (il direttore dell’Opéra, Jules Perrin, aveva proposto Don Carlos oppure Cleopatra dal Giulio Cesare di Shakespeare; Verdi aveva pensato a Re Lear ma soprattutto a El zapatero y el Rey di Zorilla prima di risolvere per Schiller), era in cinque atti con balletto secondo l’uso della “grande boutique” e proclamava i valori della libertà personale e politica contro l’oppressione dell’assolutismo religioso e statuale.

La prima italiana segue di pochi mesi quella parigina: Angelo Mariani dirige Don Carlo, con libretto tradotto in italiano da Achille de Lauzières, a Bologna il 27 ottobre, protagonista Teresa Stolz. La Stolz è Elisabetta anche nella prima dell’opera al Teatro alla Scala, diretta da Alberto Mazzucato il 25 marzo 1868: si eseguono i cinque atti in lingua italiana con il balletto. La stessa versione in cinque atti e ballabili inaugurerà la Stagione scaligera il 26 dicembre 1868, sul podio Eugenio Terziani, e il 26 dicembre 1878, direttore Franco Faccio. Nel frattempo, per la prima al Teatro di San Carlo di Napoli nel 1872 Verdi aveva modificato il duetto tra Filippo II e il Marchese di Posa e scorciato il duetto finale tra Carlo ed Elisabetta. Il lavoro di rimaneggiamento riprende e si intensifica insieme a Du Locle per la versione francese di Vienna nel 1882 (“a Vienna – scrive Verdi – i portinai chiudono la porta principale delle case […] le opere lunghe si amputano ferocemente […] dal momento che mi si dovevano amputare le gambe ho preferito affilare e adoperare io stesso il coltello”) e si conclude per la produzione in lingua italiana del 1884 al Teatro alla Scala. Qui Verdi opera non solo una serie di tagli, ma un ripensamento profondo della struttura e in certo modo della natura stessa dell’opera: sopprime l’intero primo atto (ovvero l’antefatto che narra lo sbocciare della passione tra Carlo ed Elisabetta nella foresta di Fontainebleau); riscrive i duetti Carlo-Rodrigo e Filippo-Rodrigo dell’atto secondo; sostituisce l’inizio dell’atto terzo con un preludio e sopprime il successivo balletto; riscrive gran parte della scena Filippo-Elisabetta dell’atto quarto col successivo Quartetto; abbrevia il finale quarto, a partire dalla morte di Rodrigo; riscrive e abbrevia la conclusione dell’atto quinto. Ne emerge un dramma nuovo, più sintetico e agile, in cui il fattore politico e la figura di Filippo II prevalgono su quello psicologico/sentimentale e sui personaggi di Carlo ed Elisabetta. Nata da necessità pratiche, la revisione finisce per rispecchiare la propensione di Verdi alla stringatezza drammatica: “i tagli – scrive – non guastano il dramma musicale, anzi accorciandolo lo rendono più vivo”.

Nel 1886 Verdi approva, pur senza esservi intervenuto personalmente, una nuova versione proposta a Modena, che ripristina il primo atto secondo l’edizione Ricordi facendolo seguire dagli altri quattro come ridisegnati nell’edizione scaligera del 1884.

Don Carlo alla Scala

La prima dell’opera al Piermarini risale, come accennato sopra, al marzo 1868, seguita dalle prime due inaugurazioni di stagione nel dicembre dello stesso 1868 e dieci anni più tardi e quindi dalla prima assoluta della versione in quattro atti nel 1884. Nei decenni successivi Don Carlo appare nei cartelloni con scarsa frequenza: Tullio Serafin dirige l’edizione in quattro atti nel 1912, Arturo Toscanini nel 1926 e 1928 sceglie i cinque atti. In seguito sceglieranno i quattro atti Fernando Previtali (1947), Antonino Votto (1952 e 1954 con Maria Callas come Elisabetta); nel 1960 e 1963 Gabriele Santini torna alla versione in cinque atti senza balletto. Don Carlo torna a inaugurare la Stagione nel 1968, sempre in quattro atti, con la direzione di Claudio Abbado e la regia di Jean-Pierre Ponnelle. Il cast comprende Rita Orlandi Malaspina (poi anche Raina Kabaivanska, già presente insieme a Leyla Gencer nel 1963), Bruno Prevedi, Fiorenza Cossotto, Piero Cappuccilli e Nicolai Ghiaurov. Lo spettacolo sarà ripreso nel 1970 con importanti novità nel cast, tra cui Plácido Domingo e Shirley Verrett. Per la Stagione del Bicentenario del 1978, che si snoda senza soluzione di continuità dal 7 dicembre 1977 al 1979, Abbado propone la versione in cinque atti in una storica produzione di Luca Ronconi con le scene di Damiano Damiani e due cast straordinari: Mirella Freni e Margaret Price come Elisabetta, José Carreras e Plácido Domingo come Don Carlo, Nicolai Ghiaurov e Evgenij Nesterenko come Filippo II, Piero Cappuccilli e Renato Bruson come Posa, Elena Obraztsova come Eboli. La passione abbadiana per l’opera si arricchisce di un ulteriore capitolo con l’incisione per Deutsche Grammophon con i complessi scaligeri dell’originale francese in cinque atti, completa in appendice delle parti soppresse da Verdi tra cui il “ballo della Peregrina”. Nel cast Plácido Domingo, Katia Ricciarelli, Ruggero Raimondi, Nicolai Ghiaurov, Lucia Valentini Terrani e Leo Nucci.

È Riccardo Muti nel 1992 a riportare Don Carlo al 7 dicembre, nella versione in quattro atti sfarzosamente portata in scena da Franco Zeffirelli con Luciano Pavarotti, Daniela Dessì, Samuel Ramey, Luciana D’Intino e Paolo Coni. Nel 2008 Daniele Gatti dirige la prima Anteprima Under30 il 4 dicembre e quindi inaugura la Stagione con la versione in 4 atti arricchita da un inedito verdiano. La regia è di Stéphane Braunschweig, cantano Stuart Neill, Fiorenza Cedolins, Ferruccio Furlanetto, Dolora Zajick, Dalibor Jenis e Anatoli Kotscherga. Lo spettacolo viene ripreso nel 2013 con Fabio Luisi sul podio e in palcoscenico Fabio Sartori, Martina Serafin, René Pape, Ekaterina Gubanova, Massimo Cavalletti e Štefan Kocán.  

In cinque atti in italiano l’ultima apparizione scaligera del titolo, nel 2017 nell’allestimento salisburghese di Peter Stein con Myung-Whun Chung e il debutto di Francesco Meli come Don Carlo al Piermarini insieme a Krassimira Stoyanova, Ferruccio Furlanetto, Ekaterina Semenchuk, Simone Piazzola e Eric Halfyarson.

Le iniziative di presentazione

La Prima è preceduta da un calendario di iniziative di presentazione aperto lo scorso 13 novembre dal convegno “Un nuovo Don Carlo per Milano” curato da Raffaele Mellace con la partecipazione di Riccardo Chailly.

Queste iniziative fanno parte di un più ampio sforzo per moltiplicare le occasioni di approfondimento sui titoli in calendario. Tutte le rappresentazioni tranne la prima saranno precedute a un’ora dall’inizio da un’introduzione a cura di Liana Püschel.

Le pubblicazioni

Il programma di sala dell’opera inaugurale, curato dal Professor Raffaele Mellace, contiene testi di Piero Mioli, Paolo Gallarati, Raffaele Mellace, Marcello Conati, Claudio Toscani, Alberto Bentoglio, Massimo Firpo e Giorgio Pagannone e rubriche di Laura Cosso, Luca Chierici e Andrea Vitalini oltre a una nota drammaturgica di Lluís Pasqual.

Il numero di dicembre di La Scala – Rivista del Teatro include interviste a Riccardo Chailly di Raffaele Mellace e a Lluís Pasqual di Biagio Scuderi.

Per il secondo anno la grafica del Teatro è curata dallo studio Tomo Tomo: il progetto è stato pubblicato sull’ADI Design Index 2023.

Gli appuntamenti

Mercoledì 22 novembre 2023, ore 18

Teatro alla Scala, Ridotto dei palchi “Arturo Toscanini”

Teatro alla Scala con Amici della Scala

PRIMA DELLE PRIME

“LA MATURITÀ DEL GENIO”

Giorgio Pestelli (al pianoforte) con la partecipazione del M° Riccardo Chailly

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Sabato 25 novembre 2023, ore 18

Amici del Loggione, via Pellico, 6

Incontro con

            MICHELE PERTUSI

Per informazioni www.amiciloggione.it  

Giovedì 30 novembre 2023, ore 18

Teatro alla Scala, Ridotto dei palchi “Arturo Toscanini”

Presentazione del volume

“DAMIANI. IL TEATRO DI UN INNOVATORE”

e delle monografie

ANNI alla Scala”, “SPINATELLI alla Scala”, “PESCUCCI alla Scala”

“SQUARCIAPINO alla Scala” di Vittoria Crespi Morbio

(edizione Amici della Scala – grafiche Step Editrice, Parma).

Con la partecipazione del pianista Alberto Chines

Evento riservato ai soci degli Amici della Scala

Per informazioni scrivere a info@amicidellascala.it

Martedì 5 dicembre 2023, ore 17

Teatro alla Scala, Ridotto dei palchi “Arturo Toscanini”

CARLO E RODRIGO SI RACCONTANO

Intervengono: Luca Salsi, Francesco Meli

Coordina: Gian Mario Benzing

In collaborazione con ViviMilano

Ingresso con prenotazione con il coupon in uscita sull’edizione di ViviMilano del 29 novembre 2023

Mercoledì 6 dicembre 2023, ore 18

Teatro alla Scala, Ridotto dei palchi “Arturo Toscanini”

LE VANITA’ DEL MONDO

Le seduzioni della moda nel Don Carlo di Verdi

Franca Squarciapino incontra Fabiana Giacomotti e Mattia Palma

In collaborazione con Il Foglio quotidiano e Bellavista

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Il Comune di Milano rinnova la collaborazione con il Teatro alla Scala, Edison e Rai per il calendario di Prima Diffusa, il cui programma sarà presentato successivamente.